Post pubblico per metterci Seneca, casomai mi servisse di passarlo a qualcuno, come al solito.
Scusate se c'ho messo tanto ;O;
SENECA.
Epistola I - Libro III
Tu ormai capisci che bisogna che tu tiri fuori da queste occupazioni belle e nocive, ma domandi come tu possa riuscirci. Questo non posso illustrartelo tranne che di persona; il medico non può scegliere per pranzo l’ora giusta per il pranzo o per il bagno: deve tastare il polso. Un vecchio proverbio dice che il gladiatore sceglie le sue mosse nell’arena: gliele suggeriscono il volto dell’avversario, i movimenti delle mani, la stessa postura del corpo, che egli studia.
Che cosa si soglia fare e che cosa sia giusto fare, in generale, si può riferire per mezzo di qualcuno o per iscritto; un consiglio del genere non si da solo agli assenti, ma addirittura ai posteri: ma circa il resto, quando si debba agire in che modalità, nessuno può consigliare da lontano, perché bisogna decidere sul posto.
Non basta essere presenti ma bisogna essere anche vigili per scorgere l’occasione propizia; e così devi guardarti intorno, e se la vedi devi coglierla, e porre tutto l’impeto, tutte le forze per liberarti di questi tuoi impegni. E ora ascolta bene il mio giudizio: ritengo che da una vita come questa tu debba uscire o anche addirittura dalla vita. Ma ritengo anche che tu debba farlo dolcemente, sciogliendo piuttosto che rompere quei nodi in cui ti sei impigliato, e tuttavia, se non ci sarà alcun modo di scioglierli, allora spezzali. Nessuno è tanto pavido da preferire di rimanere sempre in bilico piuttosto che cadere.
Frattanto, come prima cosa, non crearti altri impedimenti; sii soddisfatto di questi affari nei quali ti sei cacciato, o, come vorresti far credere, sei finito. Non devi cercartene altri, o non avrai più scuse e apparirà che te li sei cercati. Le scuse che in genere si dicono sono false: “Non potevo fare altrimenti. Che sarebbe successo se mi fossi rifiutato? Era necessario.” Non è necessario per nessuno seguire il corso del successo: ma, anche se non vogliamo opporci, possiamo resistere passivamente senza incalzare la fortuna che ci conduce avanti.
Non offenderti se i consigli non te li do soltanto io, ma ricorro anche ad altri certo più saggi di quanto non sia io, ai quali di solito mi rivolgo se devo prendere una decisione. A questo proposito leggi la lettera che Epicuro scrisse a Idomeneo, in cui gli chiede di fuggire più in fretta possibile, prima che intervenga una forza maggiore e gli tolga la libertà di farsi da parte.
Però aggiunge, non bisogna tentare di agire se non è in maniera adeguata e il momento giusto per farlo; invece, quando si presenta l’occasione a lungo attesa, suggerisce che bisogna ritirarsi. Egli vieta di sonnecchiare quando si pensa alla fuga e auspica una conclusione positiva dalle situazioni più difficili, se non ci si affretta prima del tempo e se non ci si ritira quando invece è il momento giusto.
Credo che ora vorrai sentire anche l’opinione degli Stoici. Non puoi proprio accusarli di temerarietà: sono più cauti che coraggiosi. Ti aspetti forse che ti dicano: “E’ vergognoso cedere al peso; lotta con l’impegno che ti sei precedentemente proposto. Non è forte e valoroso l’uomo che fugge la fatica e non dimostra un coraggio crescente di fronte alle difficoltà.”
Ti diranno così, se la questione val la pena di essere perseveranti, se non si devono compiere o sopportare faccende indegne di un uomo onesto; altrimenti egli non si logorerà in fatiche spregevoli e infamanti, nè vorrà mantenere delle occupazioni solo per essere occupato. L’umo onesto neanche agirà come pensi tu (che farà), disposto a sopportare, impigliato nelle ambizioni, gli affanni che sempre ne derivano; invece, quando vedrà che la situazione in cui si dibatte è grave, incerta e ambigua, cambierà percorso ma non volterà le spalle, retrocedendo fino a essere del tutto in salvo.
E’ semplice, mio Lucilio, sbarazzarsi degli impegni, se ne disprezzi gli utili; sono proprio quelli che ci fanno indugiare e ci trattengono. “E allora? Devo abbandonare tante grandi speranze? Rinunciare proprio a raccogliere i frutti? Senza nessuno al mio fianco (nudo sul fianco), la mia lettiga senza accompagnatori, l’atrio deserto?” Gli uomini rinunciano malvolentieri a questo e amano queste misere ricompense, mentre le disprezzano.
Si lamentano dell’ambizione come dell’amante, ma è che, se guardi i loro veri sentimenti, non lo fanno per odio ma per attaccar briga. Esamina a fondo queste persone che deplorano quello che hanno desiderato e parlano di fuggire da quelle cose alle quali non possono rinunciare, e vedrai che volontariamente indugiano in quella situazione che dicono di sopportare a stento e con dolore.
E’ proprio così, Lucilio: pochi sono costretti alla schiavitù, i più ci si costringono. Ma se davvero in cuor tuo hai intenzione di uscire e cerchi la libertà e chiedi solo un rinvio per mettere in atto le tue decisioni senza una perpetua sollecitudine, perché non dovrebbe apprezzarti tutta la schiera degli Stoici? Tutti, da Zenone a Crisippo, ti esorteranno alla moderazione e all’onestà.
Ma se tergiversi per vedere quanto puoi portare con te e con quanto denaro disporrai il tuo riposo, non troverai mai una via d’uscita: nessuno può nuotare carico di bagagli. Elevati ad una vita migliore col favore degli dei, ma non quel favore che dimostrano elargendo, buoni e benigni in volto, splendidi mali, con una sola scusante, ovvero che quei beni che bruciano, che tormentano, sono stati concessi su richiesta.
Già mettevo il sigillo alla mia lettera: ma devo riaprirla, perché ti pervenga col consueto piccolo dono e porti con sè una bella massima; me ne viene in mente una non so se più vera o più eloquente. “Di chi è?” dici. Di Epicuro; ancora una volta faccio miei i bagagli di altri:
“Non c’è nessuno che non esca dalla vita come se ci fosse appena entrato”. Pensa a chi vuoi, giovani, vecchi, adulti di mezza età: li troverai tutti ugualmente pavidi di fronte alla morte, e ignari della vita. Nessuno ha concluso niente; rimandiamo sempre tutto al futuro. Quello che mi piace di più di questa frase è che rimprovera i vecchi di infantilismo.
“Nessuno”, dice, “muore diverso da come è nato.” E’ falso: muoriamo peggiori di quanto nascemmo. E la colpa è nostra, non della natura. Essa ha il diritto di lamentarsi con noi e dire: “Ebbene? Vi ho generati senza vizi, senza timori, senza superstizioni, senza perfidie e senza altri mali: uscite dalla vita quali siete entrati.”
Uno ha conquistato la saggezza, se muore sereno come è nato; e invece abbiamo paura quando il pericolo è vicino, non abbiamo coraggio, nè colore sul viso, versiamo lacrime inutili. Che c’è di più vergognoso che essere turbati proprio alle soglie della serenità?
Il motivo è che siamo privi di ogni bene e soffriamo di aver sprecato la vita. Per noi non c’è rimasta nessuna parte di essa: tutta è passata e fluita via. Nessuno si preoccupa di vivere bene ma di vivere a lungo, eppure tutti possono fare in modo di vivere bene, nessuno di vivere a lungo. Stammi bene.
Libro III - Epistola II
Pensi che ti scriverò quanto sia stato benevolo con noi l’inverno, che fu così mite e breve, quanto sia maligna la primavera, quanto fuori stagione il freddo, e altre sciocchezze in mancanza di argomenti? Invece ti scriverò qualcosa che possa giovare a me e a te. Che cos’altro è, se non l’esortarti alla saggezza? Chiedi quale ne sia il fondamento? Non compiacersi della vanità.
Ho detto che ne è il fondamento: ma ne è il culmine. Raggiunge il culmine chi sa di che cosa gioire, chi non mette la sua felicità nelle mani di altri; è preoccupato e insicuro l’uomo che si lascia sedurre da una qualche speranza, anche se l’ha a portata di mano, anche se non è difficile a realizzarsi, anche se non è mai stato deluso nelle sue attese.
Prima di tutto fai questo, caro Lucilio: impara a gioire. Pensi davvero che ti voglia privare di molti piaceri perché allontano i beni fortuiti, e perché ritengo che si debba evitare il dolce conforto della speranza? Al contrario non voglio che ti manchi mai la felicità. Voglio però che ti nasca in casa: e nasce purchè scaturisca dentro te stesso. Le altre forme di contentezza non riempiono il petto; rasserenano il volto, ma sono volatili, a meno che tu non giudichi felice uno che ride: è l’animo che deve essere allegro e fiducioso ed ergersi al di sopra di tutto.
Credimi, la vera gioia è austera. Oppure credi che l’uomo gaio in volto e, come dicono questi sdolcinati, allegro, disprezzi la morte, apra la sua casa alla povertà, tenga a freno i piaceri, si prepari a sopportare i dolori? Ch merita su questi pensieri prova una grande felicità, anche se poco seducente. Voglio che sia in te questa gioia: non verrà mai meno, una volta che tu sappia da dove derivi.
I metalli più vili si trovano in superficie: quelli più preziosi sono invece nascosti nelle viscere della terra e procurano compenso maggiore a chi ha la costanza di scavare. Quei beni di cui si compiace la massa danno un diletto inconsistente e superficiale, e ogni gioia che viene dall’esterno manca di fondamento: questa di cui ti parlo e alla quale cerco di condurti, è solida e si spiega più intensamente nell’intimo.
Ti prego, Lucilio carissimo, fai la sola cosa che può renderti felice: distruggi e calpesta quei beni che splendono solo in superficie, che uno ti promette o che speri da un altro; aspira al vero bene e godi del tuo. Ma che cos’è il “tuo”? Te stesso è la parte migliore di ciò che è tuo. Anche il corpiciattolo (il corpo, che è povera cosa), benchè non se ne possa fare a meno, stimalo più necessario che grande: ci procura piaceri vani, di breve durata, di cui per forza ci pentiamo e che, se non sono frenati da una grande moderazione, volgono nell’effetto contrario. Così dico: il piacere sta sul ciglio e piega verso il dolore, se non ha misura.Ma è difficile tenere una giusta misura in quello che si ritiene una buona cosa: solo il desiderio del vero bene è senza pericoli.
Vuoi sapere cosa sia (il vero bene) e da dove venga? Te lo dirò: dalla buona coscienza, dai pensieri onesti e dalle rette azioni, dal disprezzo del caso, da un tenore di vita tranquillo e ordinato che mantiene costante il suo cammino. Infatti quegli uomini che passano da un proposito all’altro o che neanche passano, ma si lasciano portare dal caso, come possono avere sicurezza e stabilità se sono incerti e instabiliri?
Sono pochi, quelli che decidono da sè delle loro cose secondo una decisione ponderata (consilio); gli altri, come quelle cose che galleggiano nei fiumi, non procedono, si fanno portare. Di costoro alcuni un’onda più debole li trattiene e mollemente li trasposta, altri li prende una più violenta, altri li depone presso la riva una corrente debole, altri li getta in mare l’impeto delle acque. Dobbiamo perciò stabilire che cosa vogliamo e perseverare in tale proposito.
E’ arrivato il momento di concludere con un motto di altri. Posso riferirti una frase del tuo Epicuro e attenermi al vincolo di questa lettera: “E’ penoso cominciare sempre la vita”, oppure se in questo modo posso esprimere meglio il senso: “Vivono male quelle persone che cominciano sempre a vivere”.
“Perché?” chiedi: questa voce necessita infatti di una spiegazione. perché la loro vita è sempre incompleta. Non può essere pronto alla morte chi proprio in quel momento comincia a vivere. Dobbiamo fare in modo di aver vissuto abbastanza: nessuno che sia intento proprio allora a tessere le trame della vita lo fa. Non pensare che uomini del genere siano pochi: sono quasi tutti così. Certi, poi, cominciano quando bisogna smettere. Se ti pare strano, aggiungerò una cosa che ti farà stupire ancora di più: certi uomini finiscono di vivere ancora prima di aver incominciato. Stammi bene.
Scusate se c'ho messo tanto ;O;
SENECA.
Epistola I - Libro III
Tu ormai capisci che bisogna che tu tiri fuori da queste occupazioni belle e nocive, ma domandi come tu possa riuscirci. Questo non posso illustrartelo tranne che di persona; il medico non può scegliere per pranzo l’ora giusta per il pranzo o per il bagno: deve tastare il polso. Un vecchio proverbio dice che il gladiatore sceglie le sue mosse nell’arena: gliele suggeriscono il volto dell’avversario, i movimenti delle mani, la stessa postura del corpo, che egli studia.
Che cosa si soglia fare e che cosa sia giusto fare, in generale, si può riferire per mezzo di qualcuno o per iscritto; un consiglio del genere non si da solo agli assenti, ma addirittura ai posteri: ma circa il resto, quando si debba agire in che modalità, nessuno può consigliare da lontano, perché bisogna decidere sul posto.
Non basta essere presenti ma bisogna essere anche vigili per scorgere l’occasione propizia; e così devi guardarti intorno, e se la vedi devi coglierla, e porre tutto l’impeto, tutte le forze per liberarti di questi tuoi impegni. E ora ascolta bene il mio giudizio: ritengo che da una vita come questa tu debba uscire o anche addirittura dalla vita. Ma ritengo anche che tu debba farlo dolcemente, sciogliendo piuttosto che rompere quei nodi in cui ti sei impigliato, e tuttavia, se non ci sarà alcun modo di scioglierli, allora spezzali. Nessuno è tanto pavido da preferire di rimanere sempre in bilico piuttosto che cadere.
Frattanto, come prima cosa, non crearti altri impedimenti; sii soddisfatto di questi affari nei quali ti sei cacciato, o, come vorresti far credere, sei finito. Non devi cercartene altri, o non avrai più scuse e apparirà che te li sei cercati. Le scuse che in genere si dicono sono false: “Non potevo fare altrimenti. Che sarebbe successo se mi fossi rifiutato? Era necessario.” Non è necessario per nessuno seguire il corso del successo: ma, anche se non vogliamo opporci, possiamo resistere passivamente senza incalzare la fortuna che ci conduce avanti.
Non offenderti se i consigli non te li do soltanto io, ma ricorro anche ad altri certo più saggi di quanto non sia io, ai quali di solito mi rivolgo se devo prendere una decisione. A questo proposito leggi la lettera che Epicuro scrisse a Idomeneo, in cui gli chiede di fuggire più in fretta possibile, prima che intervenga una forza maggiore e gli tolga la libertà di farsi da parte.
Però aggiunge, non bisogna tentare di agire se non è in maniera adeguata e il momento giusto per farlo; invece, quando si presenta l’occasione a lungo attesa, suggerisce che bisogna ritirarsi. Egli vieta di sonnecchiare quando si pensa alla fuga e auspica una conclusione positiva dalle situazioni più difficili, se non ci si affretta prima del tempo e se non ci si ritira quando invece è il momento giusto.
Credo che ora vorrai sentire anche l’opinione degli Stoici. Non puoi proprio accusarli di temerarietà: sono più cauti che coraggiosi. Ti aspetti forse che ti dicano: “E’ vergognoso cedere al peso; lotta con l’impegno che ti sei precedentemente proposto. Non è forte e valoroso l’uomo che fugge la fatica e non dimostra un coraggio crescente di fronte alle difficoltà.”
Ti diranno così, se la questione val la pena di essere perseveranti, se non si devono compiere o sopportare faccende indegne di un uomo onesto; altrimenti egli non si logorerà in fatiche spregevoli e infamanti, nè vorrà mantenere delle occupazioni solo per essere occupato. L’umo onesto neanche agirà come pensi tu (che farà), disposto a sopportare, impigliato nelle ambizioni, gli affanni che sempre ne derivano; invece, quando vedrà che la situazione in cui si dibatte è grave, incerta e ambigua, cambierà percorso ma non volterà le spalle, retrocedendo fino a essere del tutto in salvo.
E’ semplice, mio Lucilio, sbarazzarsi degli impegni, se ne disprezzi gli utili; sono proprio quelli che ci fanno indugiare e ci trattengono. “E allora? Devo abbandonare tante grandi speranze? Rinunciare proprio a raccogliere i frutti? Senza nessuno al mio fianco (nudo sul fianco), la mia lettiga senza accompagnatori, l’atrio deserto?” Gli uomini rinunciano malvolentieri a questo e amano queste misere ricompense, mentre le disprezzano.
Si lamentano dell’ambizione come dell’amante, ma è che, se guardi i loro veri sentimenti, non lo fanno per odio ma per attaccar briga. Esamina a fondo queste persone che deplorano quello che hanno desiderato e parlano di fuggire da quelle cose alle quali non possono rinunciare, e vedrai che volontariamente indugiano in quella situazione che dicono di sopportare a stento e con dolore.
E’ proprio così, Lucilio: pochi sono costretti alla schiavitù, i più ci si costringono. Ma se davvero in cuor tuo hai intenzione di uscire e cerchi la libertà e chiedi solo un rinvio per mettere in atto le tue decisioni senza una perpetua sollecitudine, perché non dovrebbe apprezzarti tutta la schiera degli Stoici? Tutti, da Zenone a Crisippo, ti esorteranno alla moderazione e all’onestà.
Ma se tergiversi per vedere quanto puoi portare con te e con quanto denaro disporrai il tuo riposo, non troverai mai una via d’uscita: nessuno può nuotare carico di bagagli. Elevati ad una vita migliore col favore degli dei, ma non quel favore che dimostrano elargendo, buoni e benigni in volto, splendidi mali, con una sola scusante, ovvero che quei beni che bruciano, che tormentano, sono stati concessi su richiesta.
Già mettevo il sigillo alla mia lettera: ma devo riaprirla, perché ti pervenga col consueto piccolo dono e porti con sè una bella massima; me ne viene in mente una non so se più vera o più eloquente. “Di chi è?” dici. Di Epicuro; ancora una volta faccio miei i bagagli di altri:
“Non c’è nessuno che non esca dalla vita come se ci fosse appena entrato”. Pensa a chi vuoi, giovani, vecchi, adulti di mezza età: li troverai tutti ugualmente pavidi di fronte alla morte, e ignari della vita. Nessuno ha concluso niente; rimandiamo sempre tutto al futuro. Quello che mi piace di più di questa frase è che rimprovera i vecchi di infantilismo.
“Nessuno”, dice, “muore diverso da come è nato.” E’ falso: muoriamo peggiori di quanto nascemmo. E la colpa è nostra, non della natura. Essa ha il diritto di lamentarsi con noi e dire: “Ebbene? Vi ho generati senza vizi, senza timori, senza superstizioni, senza perfidie e senza altri mali: uscite dalla vita quali siete entrati.”
Uno ha conquistato la saggezza, se muore sereno come è nato; e invece abbiamo paura quando il pericolo è vicino, non abbiamo coraggio, nè colore sul viso, versiamo lacrime inutili. Che c’è di più vergognoso che essere turbati proprio alle soglie della serenità?
Il motivo è che siamo privi di ogni bene e soffriamo di aver sprecato la vita. Per noi non c’è rimasta nessuna parte di essa: tutta è passata e fluita via. Nessuno si preoccupa di vivere bene ma di vivere a lungo, eppure tutti possono fare in modo di vivere bene, nessuno di vivere a lungo. Stammi bene.
Libro III - Epistola II
Pensi che ti scriverò quanto sia stato benevolo con noi l’inverno, che fu così mite e breve, quanto sia maligna la primavera, quanto fuori stagione il freddo, e altre sciocchezze in mancanza di argomenti? Invece ti scriverò qualcosa che possa giovare a me e a te. Che cos’altro è, se non l’esortarti alla saggezza? Chiedi quale ne sia il fondamento? Non compiacersi della vanità.
Ho detto che ne è il fondamento: ma ne è il culmine. Raggiunge il culmine chi sa di che cosa gioire, chi non mette la sua felicità nelle mani di altri; è preoccupato e insicuro l’uomo che si lascia sedurre da una qualche speranza, anche se l’ha a portata di mano, anche se non è difficile a realizzarsi, anche se non è mai stato deluso nelle sue attese.
Prima di tutto fai questo, caro Lucilio: impara a gioire. Pensi davvero che ti voglia privare di molti piaceri perché allontano i beni fortuiti, e perché ritengo che si debba evitare il dolce conforto della speranza? Al contrario non voglio che ti manchi mai la felicità. Voglio però che ti nasca in casa: e nasce purchè scaturisca dentro te stesso. Le altre forme di contentezza non riempiono il petto; rasserenano il volto, ma sono volatili, a meno che tu non giudichi felice uno che ride: è l’animo che deve essere allegro e fiducioso ed ergersi al di sopra di tutto.
Credimi, la vera gioia è austera. Oppure credi che l’uomo gaio in volto e, come dicono questi sdolcinati, allegro, disprezzi la morte, apra la sua casa alla povertà, tenga a freno i piaceri, si prepari a sopportare i dolori? Ch merita su questi pensieri prova una grande felicità, anche se poco seducente. Voglio che sia in te questa gioia: non verrà mai meno, una volta che tu sappia da dove derivi.
I metalli più vili si trovano in superficie: quelli più preziosi sono invece nascosti nelle viscere della terra e procurano compenso maggiore a chi ha la costanza di scavare. Quei beni di cui si compiace la massa danno un diletto inconsistente e superficiale, e ogni gioia che viene dall’esterno manca di fondamento: questa di cui ti parlo e alla quale cerco di condurti, è solida e si spiega più intensamente nell’intimo.
Ti prego, Lucilio carissimo, fai la sola cosa che può renderti felice: distruggi e calpesta quei beni che splendono solo in superficie, che uno ti promette o che speri da un altro; aspira al vero bene e godi del tuo. Ma che cos’è il “tuo”? Te stesso è la parte migliore di ciò che è tuo. Anche il corpiciattolo (il corpo, che è povera cosa), benchè non se ne possa fare a meno, stimalo più necessario che grande: ci procura piaceri vani, di breve durata, di cui per forza ci pentiamo e che, se non sono frenati da una grande moderazione, volgono nell’effetto contrario. Così dico: il piacere sta sul ciglio e piega verso il dolore, se non ha misura.Ma è difficile tenere una giusta misura in quello che si ritiene una buona cosa: solo il desiderio del vero bene è senza pericoli.
Vuoi sapere cosa sia (il vero bene) e da dove venga? Te lo dirò: dalla buona coscienza, dai pensieri onesti e dalle rette azioni, dal disprezzo del caso, da un tenore di vita tranquillo e ordinato che mantiene costante il suo cammino. Infatti quegli uomini che passano da un proposito all’altro o che neanche passano, ma si lasciano portare dal caso, come possono avere sicurezza e stabilità se sono incerti e instabiliri?
Sono pochi, quelli che decidono da sè delle loro cose secondo una decisione ponderata (consilio); gli altri, come quelle cose che galleggiano nei fiumi, non procedono, si fanno portare. Di costoro alcuni un’onda più debole li trattiene e mollemente li trasposta, altri li prende una più violenta, altri li depone presso la riva una corrente debole, altri li getta in mare l’impeto delle acque. Dobbiamo perciò stabilire che cosa vogliamo e perseverare in tale proposito.
E’ arrivato il momento di concludere con un motto di altri. Posso riferirti una frase del tuo Epicuro e attenermi al vincolo di questa lettera: “E’ penoso cominciare sempre la vita”, oppure se in questo modo posso esprimere meglio il senso: “Vivono male quelle persone che cominciano sempre a vivere”.
“Perché?” chiedi: questa voce necessita infatti di una spiegazione. perché la loro vita è sempre incompleta. Non può essere pronto alla morte chi proprio in quel momento comincia a vivere. Dobbiamo fare in modo di aver vissuto abbastanza: nessuno che sia intento proprio allora a tessere le trame della vita lo fa. Non pensare che uomini del genere siano pochi: sono quasi tutti così. Certi, poi, cominciano quando bisogna smettere. Se ti pare strano, aggiungerò una cosa che ti farà stupire ancora di più: certi uomini finiscono di vivere ancora prima di aver incominciato. Stammi bene.
Libro III - Epistola III
Mi scrivi dicendo di essere preoccupato per l’esito della causa che ti è stata intentata dal furore di un tuo nemico; e pensi che io ti esorti ad augurarti il meglio e a trovare conforto in speranze che blandiscono. Che necessità c’è, infatti, di chiamare i mali, che dovrai patire abbastanza quando verranno, di anticiparli con l’immaginazione e rovinare il presente nel timore del futuro? Senza dubbio è da sciocchi essere infelici oggi, perché un giorno o l’altro dovrai essere infelice: ma io voglio condurti alla serenità per un’altra strada.
Se vuoi liberarti da ogni preoccupazione, pensa che quello che non vuoi che avvenga avverrà, e qualunque sia il male misuralo con te stesso e valuta le tue paure: ti accorgerai che il male che temi o non è grave o non durerà a lungo.
Gli esempi atti a incoraggiarti non sono da esser ricercati a lungo: ogni epoca li ha. Richiama alla memoria un periodo qualsiasi della storia nostra o degli altri popoli, e ti si presenteranno uomini insigni o per i loro progressi spirituali o per i i loro nobili slanci. Se subirai una condanna, ti può accadere qualcosa di peggio d’esser mandato in esilio o condotto in carcere? O qualcosa di più temibile della tortura o la morte? Disponi davanti a te questi mali e coloro che li hanno disprezzati, che non devono esser cercati, ma soltanto scelti (perché sono tanti, c’è l’imbarazzato della scelta).
Rutilio sopportò la sua condanna come se per lui nulla fosse più gravoso che godere di cattiva reputazione. Metello sostenne l’esilio con coraggio, Rutilio addirittura volentieri: l’uno assicurò allo stato il suo ritorno, l’altro rifiutò il ritorno concessogli da Silla, uno a chi allora non si rifiutava nulla. In carcere Socrate discuteva (di filosofia) e nonvolle fuggire, pur essendoci chi gli assicurava la fuga, e rimase, per liberare degli uomini dalla paura delle due disgrazie ritenute più gravi, la morte e il carcere.
Muzio mise la mano sul fuoco. E’ doloroso essere bruciati: quanto più doloroso è infliggersi volontariamente questa pena! Hai di fronte un uomo non erudito nè dotato di insegnamenti contro la morte o la sofferenza, solo allenato dalla disciplina militare, che esige da se una pena per un tentativo andato male: stette immobile a guardare la sua destra gocciolare sul braciere dei nemici e non la tolse prima che fosse colata via la carne a lasciare nude le ossa (questo passo si può tradurre in tanti modi ma in tutti i casi va modificato e adattato parecchio, altrimenti non si rende bene l’idea della carne che gocciola tipo la rostinciana), tanto che fu il nemico a dovergli portar via il fuoco. Avrebbe potuto compiere in quell’accampamento un’opera più fortunata, ma non più coraggiosa. Vedi quanto più alacre sia il valore ad affrontare i pericoli che non la crudeltà a imporli: Porsenna perdonò più facilmente a Muzio di averlo voluto uccidere di quanto Muzio perdonò a se stesso di non averlo ucciso.
“Queste leggende”, dici tu, “sono recitate in tutte le scuole; e ora quando sarò il momento di parlare del disprezzo della morte, mi racconterai di Catone.” E perché non dovrei raccontarti che in quell’ultima notte leggeva un libro di Platone con la spada posata vicino alla testa? Questi due strumenti si era procurato in quel momento estremo, l’uno per trovare la volontà di morire, l’altro per trovare la possibilità di farlo. Disposte dunque le sue cose, per come poteva in quelle circostanze terribili ed estreme, decise di agire in modo che nessuno potesse uccidere Catone e che nessuno si ritrovasse a salvarlo.
E afferrata la spada che fino a quel giorno aveva preservato pura (non l’aveva mai macchiata di sangue), disse: “Sorte, non hai ottenuto nulla contrastando tutti i miei tentativi. Fino ad oggi non ho lottato per la mia libertà ma per quella della patria, e non agivo con tanta determinazione per essere libero, ma per vivere in mezzo ad uomini liberi: ora, poichè la situazione del genere umano è disperata, possa Catone mettersi in salvo.”
Poi si inferse in corpo la ferita mortale: e quando i medici gliela suturarono, anche se possedeva meno sangue e meno forza, il coraggio era intatto, e irato non tanto con Cesare ma con sè stesso cacciò le mani nude nella ferita e non fece spirar fuori ma scagliò via la sua anima generosa e sprezzante di ogni potenza.
Non è mia intenzione raccogliere questi esempi per esercitare la mente, ma per farti coraggio contro il male che è ritenuto peggiore. E riuscirò più facilmente ad esortarti se ti mostrerò che non soltanto gli uomini coraggiosi hanno affrontato con sprezzo il momento della morte, ma che alcuni, vili in altre circostanze, eguagliarono il coraggio dei migliori, come ad esempio il famoso Scipione, suocero di Cneo Pompeo, che spinto sulle coste africane dal vento contrario e vedendo che la sua nave era tenuta dai nemici, si trafisse con la spada, e a chi chiese dove fosse il generale, rispose: “IL generale sta bene”.
Questa frase lo ha reso degno dei suoi antenati e non ha interrotto (ha perpetuato) la fatale gloria degli Scipioni in Africa. Fu una grande impresa vincere Cartagine, ma ancora più grande fu vincere la morte. “Il generale sta bene”, disse: doveva forse morire diversamente un generale, e per di più il generale di Catone?
Non ti richiamo alle vicende storiche e non voglio nemmeno raccogliere da tutte le epoche gli uomini che hanno disprezzato la morte, che sono tantissimi; guarda a questi nostri tempi, dei quali lamentiamo la mollezza e l’amore per i piaceri: vedrai persone di ogni ordine sociale, di ogni condizione, di ogni età, che hanno spezzato i loro mali con la morte. Credimi, Lucilio, a tal punto la morte non è da temersi che è per merito suo se non dobbiamo temere nulla.
Ascolta perciò tranquillo le minacce del tuo nemico; ed è vero che la tua coscienza ti da fiducia, ma tuttavia, poichè valgono anche tanti fattori esterni alla causa, spera in una sentenza veramente giusta, ma preparati anche ad una alquanto ingiusta. E innanzitutto ricordati di spogliare gli avvenimenti dal tumulto (che le accompagna) e considerarli per quello che sono: vedrai che non c’è niente di terribile in questi se non la nostra paura.
Ciò che vedi succedere ai fanciulli, succede anche a noi fanciulli un po’ più grandi: quando vedono mascherate le persone che amano, e alle quali sono abituati, con le quali giocano, si spaventano: non solo agli uomini, ma anche alle cose bisogna togliere la maschera e farle tornare al loro vero aspetto.
perché mi mostri spade, fuoco e una turba di carnefici fremente intorno a te? Getta questo apparato sotto il quale ti nascondi e che atterrisce gli sciocchi: sei la morte, te ora un mio servo, ora una mia ancella, ti hanno disprezzata. Perché tu, di nuovo, mi disponi davanti un grande apparato di flagelli e strumenti da tortura? perché mi mostri arnesi diversi per torchiare diverse articolazioni, e mille altri macchinari per scarnificare un uomo brano a brano? Lascia da parte questi strumenti per terrorizzarci; fa’ cessare i gemiti e le grida e gli urli lancinanti strappati con la tortura: non sei nient’altro che il dolore che il podagroso disprezza, che chi soffre di stomaco sopporta in mezzo ai piaceri del pranzo, che la fanciulla affronta durante il parto. Se ti posso sopportare, sei leggero; duri poco, se non ti posso sopportare.
Rifletti su queste parole che spesso hai sentito e spesso pronunciato: e prova ora coi fatti che hai ascoltato davvero e parlato sinceramente. E’ vergognosissimo quello che spesso ci imputano, cioè che discutiamo di filosofia e non la trasponiamo nei fatti. Come? Che ti minaccia la morte, o l’esilio, o il dolore, l’hai appreso adesso per la prima volta? Sei nato con questo destino: qualunque cosa possa accadere, pensiamo che accadrà di certo.
So che hai sicuramente agito come ti ho suggerito. Ora ti esorto a non affogare il tuo spirito in queste preoccupazioni: si indebolirà e avrà meno vigore, quando sarà il momento di levarsi (a lottare). Volgilo dai tuoi problemi personali a quelli generali: ripetiti che hai un corpiciattolo (corpo che è poca cosa) mortale e fragile, al quale possono essere inflitti dolori non solo dalla violenza e dalla forza dei più potenti; i piaceri stessi si volgono in tormenti, i pranzi provocano difficoltà di digestione, l’ubriachezza torpore dei nervi e tremore, la lussuria può deformare piedi, mani e tutte le articolazioni (sifilide).
Diventerò povero: sarò tra i più. Sarò esule: penserò di esser nato là dove mi manderanno. Sarò incatenato: e allora? Sono forse libero, adesso? La natura mi ha vincolato a questo grave peso che è il corpo. Morirò: è come se tu dicessi, non correrò più il rischio di ammalarmi, di essere ridotto in catene, di morire.
Non sono tanto ottuso da recitare a questo punto la cantilena Epicurea e ripetere che sono falsi i timori dell’oltretomba, che Issione non gira legato ad una ruota e che Sisifo non spinge con le spalle un masso per una salita, e che a nessuno possono rinascere ed essere strappate quotidianamente le viscere: non c’è un uomo tanto infantile da temere Cerbero e le tenebre e l’aspetto spettrale di coloro che sono fatti di nude ossa. La morte o ci consuma o ci spoglia: detratto il peso del corpo rimane la parte migliore di noi, se invece ci consuma nulla resta, e i mali se ne vanno insieme con i beni.
Permettimi a questo punto di citare un tuo verso, ma prima ti avverto, non l’hai scritto solo per il giudizio degli altri, ma anche per te stesso. E’ vergognoso dire una cosa diversa da ciò che si pensa: quanto è più vergognoso scrivere una cosa, e pensarne un’altra! Mi ricordo che una volta hai trattato questo argomento, che noi non precipitiamo di colpo nella morte, ma procediamo verso di essa a poco a poco.
Si muore ogni giorno: ogni giorno ci viene un tolta una parte della vita, e anche quando cresciamo, la vita decresce. Abbiamo perduto l’infanzia, poi la fanciullezza, poi l’adolescenza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è ormai perduto; anche questo giorno che stiamo vivendo, lo dividiamo con la morte. Come la clessidra non la vuota l’ultima goccia d’acqua, ma tutta quella defluita prima, così l’ultima ora, che mette fine alla nostra vita, non da sola causa la morte, ma da sola la compie: noi vi giungiamo in quel momento, ma da tempo vi siamo diretti.
Dopo aver descritto queste cose con il tuo consueto stile, sempre sostenuto ma mai più efficace di quando metti le parole al servizio della verità, hai scritto: La morte non viene una volta sola: quella che ci porta via, è l’ultima morte. E’ meglio che tu legga te stesso che la mia lettera: ti apparirà chiaro che questa che noi temiamo è l’ultima morte, ma non l’unica.
So cosa cerchi: cerchi che cosa abbia introdotto in questa lettera, che massima coraggiosa d’altri, che utile precetto. Ti manderò qualche pensiero di questa stessa materia che è stata nelle nostre mani (di cui si è parlato). Epicuro biasima chi brama la morte non meno di quelli che la temono, e dice: “E’ ridicolo correre verso la morte per stanchezza della vita, quando con il tuo sistema di vita hai fatto in modo che essa fosse una corsa verso la morte.”
E ancora in un altro passo dice: “Che c’è di tanto ridicolo quanto cercare la morte, se proprio per paura della morte ti sei reso la vita irrequieta?” Puoi aggiungere anche un’altra considerazione simile, che è tanta la stupidità, anzi la follia degli uomini, che alcuni sono spinti alla morte dal timore della morte.
Medita su uno qualsiasi di questi pensieri, rafforzerai il tuo animo a sopportare o la morte o la vita: dobbiamo essere consigliati e incoraggiati sia a non amare troppo la vita, sia a non odiarla troppo. Anche quando la ragione ci spinge a concluderla, non bisogna prendere decisioni alla cieca o di furia.
L’uomo forte e saggio non deve fuggire dalla vita, ma uscirsene: e prima di tutto deve evitare quello stato che è comune a molti: la smania di morire. Lucilio mio, come per altre cose, anche per il morire c’è un’inclinazione dell’animo inconsulta, che spesso assale gli uomini di indole generosa ed eccezionale, spesso gli ignavi e i deboli: gli uni spezzano la vita, gli altri ne sono oppressi.
In certi si insinua la sazietà di fare e vedere sempre le stesse cose e non l’odio, ma l’uggia della vita, nel quale scivoliamo spinti dalla stessa filosofia, e ci chiediamo: “Fino a quando le stesse cose? (l’asindeto qui è meglio lasciarlo, credo) Mi sveglierò dormirò avrò fame, avrò freddo avrò caldo. Niente finisce, anzi ogni cosa è concatenata in un circolo chiuso, fugge e insegue. La notte incalza il giorno, il giorno la notte, l’estate finisce nell’autunno, l’autunno è inseguito dall’inverno, che è chiuso dalla primavera; tutto passa per ritornare. Non faccio niente di nuovo, non vedo niente di nuovo: e un giorno tutto questo da la nausea.” Ci sono molti che non giudicano la vita penosa, ma superflua. Stammi bene.
Mi scrivi dicendo di essere preoccupato per l’esito della causa che ti è stata intentata dal furore di un tuo nemico; e pensi che io ti esorti ad augurarti il meglio e a trovare conforto in speranze che blandiscono. Che necessità c’è, infatti, di chiamare i mali, che dovrai patire abbastanza quando verranno, di anticiparli con l’immaginazione e rovinare il presente nel timore del futuro? Senza dubbio è da sciocchi essere infelici oggi, perché un giorno o l’altro dovrai essere infelice: ma io voglio condurti alla serenità per un’altra strada.
Se vuoi liberarti da ogni preoccupazione, pensa che quello che non vuoi che avvenga avverrà, e qualunque sia il male misuralo con te stesso e valuta le tue paure: ti accorgerai che il male che temi o non è grave o non durerà a lungo.
Gli esempi atti a incoraggiarti non sono da esser ricercati a lungo: ogni epoca li ha. Richiama alla memoria un periodo qualsiasi della storia nostra o degli altri popoli, e ti si presenteranno uomini insigni o per i loro progressi spirituali o per i i loro nobili slanci. Se subirai una condanna, ti può accadere qualcosa di peggio d’esser mandato in esilio o condotto in carcere? O qualcosa di più temibile della tortura o la morte? Disponi davanti a te questi mali e coloro che li hanno disprezzati, che non devono esser cercati, ma soltanto scelti (perché sono tanti, c’è l’imbarazzato della scelta).
Rutilio sopportò la sua condanna come se per lui nulla fosse più gravoso che godere di cattiva reputazione. Metello sostenne l’esilio con coraggio, Rutilio addirittura volentieri: l’uno assicurò allo stato il suo ritorno, l’altro rifiutò il ritorno concessogli da Silla, uno a chi allora non si rifiutava nulla. In carcere Socrate discuteva (di filosofia) e nonvolle fuggire, pur essendoci chi gli assicurava la fuga, e rimase, per liberare degli uomini dalla paura delle due disgrazie ritenute più gravi, la morte e il carcere.
Muzio mise la mano sul fuoco. E’ doloroso essere bruciati: quanto più doloroso è infliggersi volontariamente questa pena! Hai di fronte un uomo non erudito nè dotato di insegnamenti contro la morte o la sofferenza, solo allenato dalla disciplina militare, che esige da se una pena per un tentativo andato male: stette immobile a guardare la sua destra gocciolare sul braciere dei nemici e non la tolse prima che fosse colata via la carne a lasciare nude le ossa (questo passo si può tradurre in tanti modi ma in tutti i casi va modificato e adattato parecchio, altrimenti non si rende bene l’idea della carne che gocciola tipo la rostinciana), tanto che fu il nemico a dovergli portar via il fuoco. Avrebbe potuto compiere in quell’accampamento un’opera più fortunata, ma non più coraggiosa. Vedi quanto più alacre sia il valore ad affrontare i pericoli che non la crudeltà a imporli: Porsenna perdonò più facilmente a Muzio di averlo voluto uccidere di quanto Muzio perdonò a se stesso di non averlo ucciso.
“Queste leggende”, dici tu, “sono recitate in tutte le scuole; e ora quando sarò il momento di parlare del disprezzo della morte, mi racconterai di Catone.” E perché non dovrei raccontarti che in quell’ultima notte leggeva un libro di Platone con la spada posata vicino alla testa? Questi due strumenti si era procurato in quel momento estremo, l’uno per trovare la volontà di morire, l’altro per trovare la possibilità di farlo. Disposte dunque le sue cose, per come poteva in quelle circostanze terribili ed estreme, decise di agire in modo che nessuno potesse uccidere Catone e che nessuno si ritrovasse a salvarlo.
E afferrata la spada che fino a quel giorno aveva preservato pura (non l’aveva mai macchiata di sangue), disse: “Sorte, non hai ottenuto nulla contrastando tutti i miei tentativi. Fino ad oggi non ho lottato per la mia libertà ma per quella della patria, e non agivo con tanta determinazione per essere libero, ma per vivere in mezzo ad uomini liberi: ora, poichè la situazione del genere umano è disperata, possa Catone mettersi in salvo.”
Poi si inferse in corpo la ferita mortale: e quando i medici gliela suturarono, anche se possedeva meno sangue e meno forza, il coraggio era intatto, e irato non tanto con Cesare ma con sè stesso cacciò le mani nude nella ferita e non fece spirar fuori ma scagliò via la sua anima generosa e sprezzante di ogni potenza.
Non è mia intenzione raccogliere questi esempi per esercitare la mente, ma per farti coraggio contro il male che è ritenuto peggiore. E riuscirò più facilmente ad esortarti se ti mostrerò che non soltanto gli uomini coraggiosi hanno affrontato con sprezzo il momento della morte, ma che alcuni, vili in altre circostanze, eguagliarono il coraggio dei migliori, come ad esempio il famoso Scipione, suocero di Cneo Pompeo, che spinto sulle coste africane dal vento contrario e vedendo che la sua nave era tenuta dai nemici, si trafisse con la spada, e a chi chiese dove fosse il generale, rispose: “IL generale sta bene”.
Questa frase lo ha reso degno dei suoi antenati e non ha interrotto (ha perpetuato) la fatale gloria degli Scipioni in Africa. Fu una grande impresa vincere Cartagine, ma ancora più grande fu vincere la morte. “Il generale sta bene”, disse: doveva forse morire diversamente un generale, e per di più il generale di Catone?
Non ti richiamo alle vicende storiche e non voglio nemmeno raccogliere da tutte le epoche gli uomini che hanno disprezzato la morte, che sono tantissimi; guarda a questi nostri tempi, dei quali lamentiamo la mollezza e l’amore per i piaceri: vedrai persone di ogni ordine sociale, di ogni condizione, di ogni età, che hanno spezzato i loro mali con la morte. Credimi, Lucilio, a tal punto la morte non è da temersi che è per merito suo se non dobbiamo temere nulla.
Ascolta perciò tranquillo le minacce del tuo nemico; ed è vero che la tua coscienza ti da fiducia, ma tuttavia, poichè valgono anche tanti fattori esterni alla causa, spera in una sentenza veramente giusta, ma preparati anche ad una alquanto ingiusta. E innanzitutto ricordati di spogliare gli avvenimenti dal tumulto (che le accompagna) e considerarli per quello che sono: vedrai che non c’è niente di terribile in questi se non la nostra paura.
Ciò che vedi succedere ai fanciulli, succede anche a noi fanciulli un po’ più grandi: quando vedono mascherate le persone che amano, e alle quali sono abituati, con le quali giocano, si spaventano: non solo agli uomini, ma anche alle cose bisogna togliere la maschera e farle tornare al loro vero aspetto.
perché mi mostri spade, fuoco e una turba di carnefici fremente intorno a te? Getta questo apparato sotto il quale ti nascondi e che atterrisce gli sciocchi: sei la morte, te ora un mio servo, ora una mia ancella, ti hanno disprezzata. Perché tu, di nuovo, mi disponi davanti un grande apparato di flagelli e strumenti da tortura? perché mi mostri arnesi diversi per torchiare diverse articolazioni, e mille altri macchinari per scarnificare un uomo brano a brano? Lascia da parte questi strumenti per terrorizzarci; fa’ cessare i gemiti e le grida e gli urli lancinanti strappati con la tortura: non sei nient’altro che il dolore che il podagroso disprezza, che chi soffre di stomaco sopporta in mezzo ai piaceri del pranzo, che la fanciulla affronta durante il parto. Se ti posso sopportare, sei leggero; duri poco, se non ti posso sopportare.
Rifletti su queste parole che spesso hai sentito e spesso pronunciato: e prova ora coi fatti che hai ascoltato davvero e parlato sinceramente. E’ vergognosissimo quello che spesso ci imputano, cioè che discutiamo di filosofia e non la trasponiamo nei fatti. Come? Che ti minaccia la morte, o l’esilio, o il dolore, l’hai appreso adesso per la prima volta? Sei nato con questo destino: qualunque cosa possa accadere, pensiamo che accadrà di certo.
So che hai sicuramente agito come ti ho suggerito. Ora ti esorto a non affogare il tuo spirito in queste preoccupazioni: si indebolirà e avrà meno vigore, quando sarà il momento di levarsi (a lottare). Volgilo dai tuoi problemi personali a quelli generali: ripetiti che hai un corpiciattolo (corpo che è poca cosa) mortale e fragile, al quale possono essere inflitti dolori non solo dalla violenza e dalla forza dei più potenti; i piaceri stessi si volgono in tormenti, i pranzi provocano difficoltà di digestione, l’ubriachezza torpore dei nervi e tremore, la lussuria può deformare piedi, mani e tutte le articolazioni (sifilide).
Diventerò povero: sarò tra i più. Sarò esule: penserò di esser nato là dove mi manderanno. Sarò incatenato: e allora? Sono forse libero, adesso? La natura mi ha vincolato a questo grave peso che è il corpo. Morirò: è come se tu dicessi, non correrò più il rischio di ammalarmi, di essere ridotto in catene, di morire.
Non sono tanto ottuso da recitare a questo punto la cantilena Epicurea e ripetere che sono falsi i timori dell’oltretomba, che Issione non gira legato ad una ruota e che Sisifo non spinge con le spalle un masso per una salita, e che a nessuno possono rinascere ed essere strappate quotidianamente le viscere: non c’è un uomo tanto infantile da temere Cerbero e le tenebre e l’aspetto spettrale di coloro che sono fatti di nude ossa. La morte o ci consuma o ci spoglia: detratto il peso del corpo rimane la parte migliore di noi, se invece ci consuma nulla resta, e i mali se ne vanno insieme con i beni.
Permettimi a questo punto di citare un tuo verso, ma prima ti avverto, non l’hai scritto solo per il giudizio degli altri, ma anche per te stesso. E’ vergognoso dire una cosa diversa da ciò che si pensa: quanto è più vergognoso scrivere una cosa, e pensarne un’altra! Mi ricordo che una volta hai trattato questo argomento, che noi non precipitiamo di colpo nella morte, ma procediamo verso di essa a poco a poco.
Si muore ogni giorno: ogni giorno ci viene un tolta una parte della vita, e anche quando cresciamo, la vita decresce. Abbiamo perduto l’infanzia, poi la fanciullezza, poi l’adolescenza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è ormai perduto; anche questo giorno che stiamo vivendo, lo dividiamo con la morte. Come la clessidra non la vuota l’ultima goccia d’acqua, ma tutta quella defluita prima, così l’ultima ora, che mette fine alla nostra vita, non da sola causa la morte, ma da sola la compie: noi vi giungiamo in quel momento, ma da tempo vi siamo diretti.
Dopo aver descritto queste cose con il tuo consueto stile, sempre sostenuto ma mai più efficace di quando metti le parole al servizio della verità, hai scritto: La morte non viene una volta sola: quella che ci porta via, è l’ultima morte. E’ meglio che tu legga te stesso che la mia lettera: ti apparirà chiaro che questa che noi temiamo è l’ultima morte, ma non l’unica.
So cosa cerchi: cerchi che cosa abbia introdotto in questa lettera, che massima coraggiosa d’altri, che utile precetto. Ti manderò qualche pensiero di questa stessa materia che è stata nelle nostre mani (di cui si è parlato). Epicuro biasima chi brama la morte non meno di quelli che la temono, e dice: “E’ ridicolo correre verso la morte per stanchezza della vita, quando con il tuo sistema di vita hai fatto in modo che essa fosse una corsa verso la morte.”
E ancora in un altro passo dice: “Che c’è di tanto ridicolo quanto cercare la morte, se proprio per paura della morte ti sei reso la vita irrequieta?” Puoi aggiungere anche un’altra considerazione simile, che è tanta la stupidità, anzi la follia degli uomini, che alcuni sono spinti alla morte dal timore della morte.
Medita su uno qualsiasi di questi pensieri, rafforzerai il tuo animo a sopportare o la morte o la vita: dobbiamo essere consigliati e incoraggiati sia a non amare troppo la vita, sia a non odiarla troppo. Anche quando la ragione ci spinge a concluderla, non bisogna prendere decisioni alla cieca o di furia.
L’uomo forte e saggio non deve fuggire dalla vita, ma uscirsene: e prima di tutto deve evitare quello stato che è comune a molti: la smania di morire. Lucilio mio, come per altre cose, anche per il morire c’è un’inclinazione dell’animo inconsulta, che spesso assale gli uomini di indole generosa ed eccezionale, spesso gli ignavi e i deboli: gli uni spezzano la vita, gli altri ne sono oppressi.
In certi si insinua la sazietà di fare e vedere sempre le stesse cose e non l’odio, ma l’uggia della vita, nel quale scivoliamo spinti dalla stessa filosofia, e ci chiediamo: “Fino a quando le stesse cose? (l’asindeto qui è meglio lasciarlo, credo) Mi sveglierò dormirò avrò fame, avrò freddo avrò caldo. Niente finisce, anzi ogni cosa è concatenata in un circolo chiuso, fugge e insegue. La notte incalza il giorno, il giorno la notte, l’estate finisce nell’autunno, l’autunno è inseguito dall’inverno, che è chiuso dalla primavera; tutto passa per ritornare. Non faccio niente di nuovo, non vedo niente di nuovo: e un giorno tutto questo da la nausea.” Ci sono molti che non giudicano la vita penosa, ma superflua. Stammi bene.
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