Avevo detto due cose nel post precedente: la prima è che non avrei scritto per un po' per dare il tempo ai ritardatari di poter leggere quell'impressionante mole di roba. La seconda, che dopo quel periodaccio ero riuscita a trovare la forza di affrontare tutti i miei difetti, ma soprattutto le mie debolezze, per cambiarle. In realtà ci sono dei momenti, come è stato oggi che ero vittima delle crisi di panico di una schiacciante claustrofobia, nei quali mi rendo conto che le debolezze ci sono ancora, e aspettano solo che io sia emotivamente instabile per colpire con maggior veemenza xD
E per la verità mi sento veramente stupida.
Ma andiamo con ordine. Oggi siamo andati col Goro (professore di italiano, un personaggio tale che bisognerà parlarvene in separata sede, magari quando comincerò a postare le schede dei personaggi della quattro-mani col Polpolutti, Fainal Fantasi Ics-tre, dove il Goro interpreta Wakka) al carcere delle Sughere di Livorno. Mi piacerebbe parlarvi del progetto, un premio letterario per detenuti, con ordine, probabilmente verrà fuori nel corso del post. E' stata una cosa che non mi pento di aver fatto, anche se sono stata così male, come il lettore apprenderà.
Non si parla quasi mai delle carceri. Si sente parlare dei detenuti solo quando si suicidano. Di tutte le persone che stanno e vivono là dentro, in qualche modo non si ha mai notizia, salvo forse, da qualche parte, l'inconscia cognizione di loro come esseri incapaci di produrre, materiale inerte che languisce in celle che non si sa nemmeno come sono fatte.
Sono persone. Non sono oggetti, ma soggetti. E sono vivi. Non so come sia vivere in cella: non so come sia il passo lento e strascicato, il camminare fra quattro pareti, il guardare il cielo che noi ignoriamo attraverso delle sbarre che lo rendono speciale, la cosa più speciale che esista, cose che noi ignoriamo e diamo per scontate. Diamo per scontata la nostra libertà: siamo solo fortunati. Fortunati abbastanza da avere avuto buon senso, quando si è trattato di trovarsi al bivio di un terribile sbaglio.
Sono persone, sì, comunque. Sentite come suona, "persone". Gente che non perdiamo nemmeno tempo a condannare, perchè l'ha già fatto l'istituzione, perchè stanno là dentro e non hanno alcuna influenza sul mondo che viviamo noi. Se anche li abbiamo sentiti nominare, non li rivedremo mai e non ci incontreremo mai.
Gli ergastolani passano tutta la loro esistenza residua in prigione. Qualcun altro, come nel caso delle Sughere, che è il penultimo livello, ci passa decenni, decenni e decenni. Entrano a diciott'anni, come alcuni dei premiati del concorso Casalini di cui si parla, la loro vita va avanti mentre sono ancora lì, dopo i cinquant'anni sono ancora lì, in un chiostro dall'aspetto malsano e triste che per forza di cosa diventa uno dei luoghi più introspettivi del mondo.
Scontano la pena che meritano. Qualcuno --- perchè qualcun altro sta in prigione senza colpa. In tutti i casi, non ha senso condannarli, non ha senso odiarli, non ha senso dire che se lo sono meritato. Non è per pietà che mi sono sentita così triste, nemmeno per solidarietà, per spirito umanitario, per profonda sensibilità.
E' che improvvisamente vieni strappato alla bambagia nella quale vivi, è che improvvisamente sei in mezzo a persone che - sembra naturale dirlo? Provate per un attimo a considerare il suono di queste parole - non hanno più la loro libertà.
Perciò no: parliamo di cuore, parliamo di esseri umani. Non parliamo di chi ha colpa, non parliamo di quel che merita un pluriomicida.
Se poi siete convinti che il male vada eliminato anzichè recuperato, levatevi dai coglioni, perchè siete figli di puttana.
Libertà è una parola veramente stupida e inflazionata fin quando qualcuno non ti aiuta a capire quanto sia importante, quanto sia importante mantenerla, e costruirla ogni giorno. Quante volte la calpestiamo, anche nei nostri atti più stupidi e insignificanti: ci priviamo della dignità personale incazzandoci oltre la misura, vivendo a caso, senza considerare niente. Trasformando i sogni in ossesioni, l'immaginazione in carburante sterile. Crogiolandoci nei nostri difetti senza correggerli. Dimenticandosi di amarsi e di amare. Dimenticandosi come si fa a meravigliarsi ancora di qualsiasi stupidaggine, a essere curiosi, a essere sani, autentici, veri e onesti. In tutti questi casi, smerdiamo la libertà che qualcun altro non riavrà mai più indietro.
Io credo di essere cresciuta nel giro di poche ore, e lo devo tutto a loro. A quello che loro sono senza forse neanche accorgersi di esserlo. A qualche slideshow e a qualche dispendio di parole intorno a un concorso letterario che forse sarà sembrato pacchiano, ma che aveva l'odore terrificante di una speranza che si dibatte dietro sbarre inamovibili. A quelle parole sgrammaticate, quelle frasi quasi del tutto scorrette da ogni punto di vista della lingua italiana, parole che vengono da un abisso nel quale chi sprofonda viene troppo spesso dimenticato.
Io credo che qualsiasi altra carezza che darò e riceverò da un uomo non avrà più lo stesso valore, dopo oggi, perchè ho pensato che queste carezze loro non le conoscono da un pezzo e in alcuni casi non le conosceranno mai più. Non avranno mai più o non avranno più ancora a lungo tutte quelle cose che troppo spesso mi sono dimenticata di considerare importanti, importanti come meritano, e come sono. Ti viene la fame di qualcosa di cui credevi di essere sazio. Ti viene il groppo alla gola, ti viene da piangere, pensi a famiglie e amori divisi, a vite che non saranno mai più come prima. Quando usciranno, quelli che usciranno, e quelli che ne usciranno vivi, saranno umani intensamente vivi, ma vivi come lo sono le prospettive che soffocano. Pochi danno lavoro ai detenuti che escono dal carcere: le istituzioni pubbliche sono escluse, salvo quelle fatte apposta, che puzzano di tristezza lontano un miglio. Il resto dei datori di lavoro sono privati, il resto è a discrezione dei privati. E i privati non hanno mai voglia di testare il cuore degli altri, perchè una forza lavoro che non è garantita non garantisce una rendita.
Crisi di panico, con tremore, senso di svenimento, mani congelate e sudate, e tutti gli annessi e connessi. Claustrofobia e una tristezza spalancata. Non mi ricordo altro.
Mi ricordo, da prima, che ero seduta nella sala d'ascolto e avevo voglia di piangere, e anche quando sorridevo di fronte a quegli uomini che una volta di più si sono dimostrati uomini come lo sono tutti gli altri, che ti fanno sorridere perchè forse hanno cose in cui credere molto più di tanti altri che stanno fuori. Mentre andavo avanti fra un controllo e l'altro, fra quei corridoi sbarrati e stretti con la luce gialla, i pavimenti gialli e le pareti gialle, cominciavo già a sentirmi svenire. Non è successo niente di tutto questo, perchè la mia non è stata una reazione fisica, è stata una reazione psicologica, e come tale ero libera di avere il controllo su di essa. Non era facile, ma a impedirmi di svenire come avrei potuto fare, è stata la consapevolezza di tutto quello che ho imparato in diciotto anni di vita: tra cui l'esigenza di resistere ad ogni costo.
Non perchè avevo paura di mostrarmi debole. Nemmeno perchè non volevo fare la scenata. Neanche perchè avrei causato problemi agli altri.
Certo, c'era anche questo. L'importante quando sei solo con le tue debolezze non è quello che pensano gli altri di esse, è quello che riesci a fare tu per contrastarle. Mi fanno pena quelli che dicono che "c'è poco da fare". "Io sono così e non sono capace di cambiarmi". "E' più forte di me". Niente che sia difficile è contemporaneamente impossibile.
E se è vero che per andare a letto contenti ogni sera è sufficiente vivere come le belle parole che si dicono, io volevo farcela a qualsiasi costo: voglio andare a letto stasera dopo aver sorbito OGNI singola parola, dopo aver sperimentato una cruda realtà senza anestesia. E' solo così che si cresce. Per vincere una fobia, una paura, devi conoscerla. Per conoscere una paura devi ascoltarla, e rimanere lucido di fronte ad essa anche a costo di mordersi la lingua. Di questo sono convinta, e faccio del mio meglio ogni volta. Oggi avrei potuto fare ancora meglio, ed è per questo che mi sento stupida.
Con la pressione sotto i piedi sono rimasta seduta fino alla fine. Forse a un certo punto, non mi ricordo bene, Nanni era sul punto di afferrarmi perchè sono letteralmente inciampata. Però volevo restare lucida, e ascoltare.
Perchè era triste, era come essere soffocati in una stanza stretta, in un edificio senza aperture e senza prospettive.
Eppure gli uomini là dentro, quelli che hanno parlato, intendo, non avevano stanchezza d'esistere.
Non erano lumache che si trascinavano sbavando. Non erano mostri che esercitano fascino come bestie da circo.
Erano uomini che vivevano.
Noi abbiamo il privilegio di guardare alla vita passata e pensare a tutte le persone che si sono succedute intorno a noi; ci ricordiamo dei nostri anni e le immagini sono parole sciolte senza virgole in mezzo. Tutti si avvicendano intorno a noi e costruiscono il nostro mondo di ricordi. Gli amori che sono stati e che poi sono finiti, le cazzate che abbiamo fatto, le stupidaggini, i bambini viziati che eravamo, gli stupidi che siamo stati e che crediamo di non essere più. Gli amici che ci hanno delusi, che ci hanno abbandonati o che semplicemente si sono lontanati. Ci svegliamo un giorno e ci accorgiamo che molte cose sono passate senza un dolore, senza una lacrima.
Non ci sono ricordi che danzano così liberamente quando si passa la vita in catene.
E non sono catene metaforiche: sono le catene di chi in carcere ci vive, e non esistono catene più vere.
E io provavo una grande ammirazione. Le belle parole e l'italiano corretto non servono a chi possiede un grande cuore da esibire con tutto l'orgoglio che merita. Noi non conosciamo quello che ti succede nell'animo dopo che hai ucciso un uomo, dopo che l'hai separato dalla sua famiglia; che cosa incredibilmente enorme, uccidere. Spezzi le prospettive, forzi al riposo eterno, a un sonno senza risveglio. Commetti la suprema delle ingiustizie, sei parte di quel male che tutti sono pronti a condannare a occhi chiusi. Io stessa lo faccio. Io stessa mi pregio di poter elargire condanne inesorabili.
Ma poi vedi cosa succede.
Ci sono degli idioti che non pagano mai nessun prezzo, perchè sono troppo idioti per rendersi conto di quanto sbagliano.
Dall'altra parte ci sono criminali che non vengono mai puniti, che non vengono mai presi.
Poi ci sono quelli che si salvano sempre, in ogni caso. Poi ci sono quelli che si inventano vie traverse per salvarsi da processi che meritavano, perchè hanno il potere di fuggire da qualsiasi prezzo e di far la cresta su qualsiasi conto della spesa.
Da un'altra parte ancora ci sono quelli che si dichiarano pronti a uccidere un uomo se esso entra in casa come ladro, che lodano l'istinto di difendere con l'ingiustizia i propri cari contro le ingiustizie, che si pregiano del sentimento di una vendetta da film statunitense.
C'è qualcosa che accumuna tutti i reati, dal più al meno grave, e non è solo il codice penale.
Qualcosa che sta nella mente, nella nostra coscienza di cittadini; a livello internazionale, si intende.
E poi da un'altra parte ancora, lontano da questi e da altri esempi, lontano perchè non c'è un ponte, perchè non c'è un collegamento, perchè siamo lontani senza incontrarci mai, perchè siamo noi che non vogliamo incontrarli... da questa parte, ci sono uomini che passano la loro vita in carcere, o gran parte della loro vita.
Io ho visto che oggi un ponte si è cercato di crearlo. Era tutto troppo zuccheroso? Forse. Era tutto troppo toccante per essere vero? Forse. La maggior parte delle persone nel progetto non ci credono che superficialmente? Forse. Buonismo? A palate.
Ma io ho visto gente che lotta, sia pure senza esporsi troppo, perchè a questi individui venga concessa l'istruzione, e nessuno meglio di loro potrebbe capire veramente che l'istruzione è uno dei diritti più belli e meravigliosi, un grandissimo e forse il primo strumento della libertà, una libertà che hai nel cuore prima ancora che ai polsi.
Gente che lotta perchè a costoro sia concesso di lavorare (e sono ancora meno quelli che capiscono dell'importanza del lavoro), sia concesso di essere umani, come sono nati per essere. Con i loro progetti, fra un'ora d'aria e l'altra.
Gente che cercava di mettere ai polli delle ali per volare, gente che cercava di far nascere le rose dai cavoli?
No, questo no. Quali che fossero le intenzioni di fondo, la luce che mettono loro negli occhi sarà folle ma non è effimera.
Quelle stanze sbarrate non smetterano di esser gialle e quella che mangiano non smetterà di esser sbobba. Il valore eccezionale che in cella può avere il più scadente dei libri, i sensi tutti tesi, più del normale, a scoprire i segreti dietro parole poco raffinate, non bastano a consolare dalla consapevolezza che se si possiede questa sensibilità è solo perchè si è stati costretti a svilupparla per salvarsi da una condizione disumanizzante.
Erano lì dentro le vere fenici. In gabbia e private della libertà di fare un sacco di cose noi facciamo senza neanche sentirci felici. C'erano là dentro fenici che scontavano la loro combustione ed erano pronte a rinascere. Anche quelli che vedranno il loro sogno tradito perchè non usciranno alla luce mai più.
Un altro motivo per cui ho compiuto i miei modesti sforzi per restare sveglia, oltre che ascoltare. Non mi sentivo in diritto di soffrire di claustrofobia, e mostrare a tutti che poverina, ero un tipo sensibile, poverina, poverina. Io, che vivo all'aperto, fuori di là. E non sono poverina.
Un altro motivo per cui questo post non è friends-only come da copione.
E per la verità mi sento veramente stupida.
Ma andiamo con ordine. Oggi siamo andati col Goro (professore di italiano, un personaggio tale che bisognerà parlarvene in separata sede, magari quando comincerò a postare le schede dei personaggi della quattro-mani col Polpolutti, Fainal Fantasi Ics-tre, dove il Goro interpreta Wakka) al carcere delle Sughere di Livorno. Mi piacerebbe parlarvi del progetto, un premio letterario per detenuti, con ordine, probabilmente verrà fuori nel corso del post. E' stata una cosa che non mi pento di aver fatto, anche se sono stata così male, come il lettore apprenderà.
Non si parla quasi mai delle carceri. Si sente parlare dei detenuti solo quando si suicidano. Di tutte le persone che stanno e vivono là dentro, in qualche modo non si ha mai notizia, salvo forse, da qualche parte, l'inconscia cognizione di loro come esseri incapaci di produrre, materiale inerte che languisce in celle che non si sa nemmeno come sono fatte.
Sono persone. Non sono oggetti, ma soggetti. E sono vivi. Non so come sia vivere in cella: non so come sia il passo lento e strascicato, il camminare fra quattro pareti, il guardare il cielo che noi ignoriamo attraverso delle sbarre che lo rendono speciale, la cosa più speciale che esista, cose che noi ignoriamo e diamo per scontate. Diamo per scontata la nostra libertà: siamo solo fortunati. Fortunati abbastanza da avere avuto buon senso, quando si è trattato di trovarsi al bivio di un terribile sbaglio.
Sono persone, sì, comunque. Sentite come suona, "persone". Gente che non perdiamo nemmeno tempo a condannare, perchè l'ha già fatto l'istituzione, perchè stanno là dentro e non hanno alcuna influenza sul mondo che viviamo noi. Se anche li abbiamo sentiti nominare, non li rivedremo mai e non ci incontreremo mai.
Gli ergastolani passano tutta la loro esistenza residua in prigione. Qualcun altro, come nel caso delle Sughere, che è il penultimo livello, ci passa decenni, decenni e decenni. Entrano a diciott'anni, come alcuni dei premiati del concorso Casalini di cui si parla, la loro vita va avanti mentre sono ancora lì, dopo i cinquant'anni sono ancora lì, in un chiostro dall'aspetto malsano e triste che per forza di cosa diventa uno dei luoghi più introspettivi del mondo.
Scontano la pena che meritano. Qualcuno --- perchè qualcun altro sta in prigione senza colpa. In tutti i casi, non ha senso condannarli, non ha senso odiarli, non ha senso dire che se lo sono meritato. Non è per pietà che mi sono sentita così triste, nemmeno per solidarietà, per spirito umanitario, per profonda sensibilità.
E' che improvvisamente vieni strappato alla bambagia nella quale vivi, è che improvvisamente sei in mezzo a persone che - sembra naturale dirlo? Provate per un attimo a considerare il suono di queste parole - non hanno più la loro libertà.
Perciò no: parliamo di cuore, parliamo di esseri umani. Non parliamo di chi ha colpa, non parliamo di quel che merita un pluriomicida.
Se poi siete convinti che il male vada eliminato anzichè recuperato, levatevi dai coglioni, perchè siete figli di puttana.
Libertà è una parola veramente stupida e inflazionata fin quando qualcuno non ti aiuta a capire quanto sia importante, quanto sia importante mantenerla, e costruirla ogni giorno. Quante volte la calpestiamo, anche nei nostri atti più stupidi e insignificanti: ci priviamo della dignità personale incazzandoci oltre la misura, vivendo a caso, senza considerare niente. Trasformando i sogni in ossesioni, l'immaginazione in carburante sterile. Crogiolandoci nei nostri difetti senza correggerli. Dimenticandosi di amarsi e di amare. Dimenticandosi come si fa a meravigliarsi ancora di qualsiasi stupidaggine, a essere curiosi, a essere sani, autentici, veri e onesti. In tutti questi casi, smerdiamo la libertà che qualcun altro non riavrà mai più indietro.
Io credo di essere cresciuta nel giro di poche ore, e lo devo tutto a loro. A quello che loro sono senza forse neanche accorgersi di esserlo. A qualche slideshow e a qualche dispendio di parole intorno a un concorso letterario che forse sarà sembrato pacchiano, ma che aveva l'odore terrificante di una speranza che si dibatte dietro sbarre inamovibili. A quelle parole sgrammaticate, quelle frasi quasi del tutto scorrette da ogni punto di vista della lingua italiana, parole che vengono da un abisso nel quale chi sprofonda viene troppo spesso dimenticato.
Io credo che qualsiasi altra carezza che darò e riceverò da un uomo non avrà più lo stesso valore, dopo oggi, perchè ho pensato che queste carezze loro non le conoscono da un pezzo e in alcuni casi non le conosceranno mai più. Non avranno mai più o non avranno più ancora a lungo tutte quelle cose che troppo spesso mi sono dimenticata di considerare importanti, importanti come meritano, e come sono. Ti viene la fame di qualcosa di cui credevi di essere sazio. Ti viene il groppo alla gola, ti viene da piangere, pensi a famiglie e amori divisi, a vite che non saranno mai più come prima. Quando usciranno, quelli che usciranno, e quelli che ne usciranno vivi, saranno umani intensamente vivi, ma vivi come lo sono le prospettive che soffocano. Pochi danno lavoro ai detenuti che escono dal carcere: le istituzioni pubbliche sono escluse, salvo quelle fatte apposta, che puzzano di tristezza lontano un miglio. Il resto dei datori di lavoro sono privati, il resto è a discrezione dei privati. E i privati non hanno mai voglia di testare il cuore degli altri, perchè una forza lavoro che non è garantita non garantisce una rendita.
Crisi di panico, con tremore, senso di svenimento, mani congelate e sudate, e tutti gli annessi e connessi. Claustrofobia e una tristezza spalancata. Non mi ricordo altro.
Mi ricordo, da prima, che ero seduta nella sala d'ascolto e avevo voglia di piangere, e anche quando sorridevo di fronte a quegli uomini che una volta di più si sono dimostrati uomini come lo sono tutti gli altri, che ti fanno sorridere perchè forse hanno cose in cui credere molto più di tanti altri che stanno fuori. Mentre andavo avanti fra un controllo e l'altro, fra quei corridoi sbarrati e stretti con la luce gialla, i pavimenti gialli e le pareti gialle, cominciavo già a sentirmi svenire. Non è successo niente di tutto questo, perchè la mia non è stata una reazione fisica, è stata una reazione psicologica, e come tale ero libera di avere il controllo su di essa. Non era facile, ma a impedirmi di svenire come avrei potuto fare, è stata la consapevolezza di tutto quello che ho imparato in diciotto anni di vita: tra cui l'esigenza di resistere ad ogni costo.
Non perchè avevo paura di mostrarmi debole. Nemmeno perchè non volevo fare la scenata. Neanche perchè avrei causato problemi agli altri.
Certo, c'era anche questo. L'importante quando sei solo con le tue debolezze non è quello che pensano gli altri di esse, è quello che riesci a fare tu per contrastarle. Mi fanno pena quelli che dicono che "c'è poco da fare". "Io sono così e non sono capace di cambiarmi". "E' più forte di me". Niente che sia difficile è contemporaneamente impossibile.
E se è vero che per andare a letto contenti ogni sera è sufficiente vivere come le belle parole che si dicono, io volevo farcela a qualsiasi costo: voglio andare a letto stasera dopo aver sorbito OGNI singola parola, dopo aver sperimentato una cruda realtà senza anestesia. E' solo così che si cresce. Per vincere una fobia, una paura, devi conoscerla. Per conoscere una paura devi ascoltarla, e rimanere lucido di fronte ad essa anche a costo di mordersi la lingua. Di questo sono convinta, e faccio del mio meglio ogni volta. Oggi avrei potuto fare ancora meglio, ed è per questo che mi sento stupida.
Con la pressione sotto i piedi sono rimasta seduta fino alla fine. Forse a un certo punto, non mi ricordo bene, Nanni era sul punto di afferrarmi perchè sono letteralmente inciampata. Però volevo restare lucida, e ascoltare.
Perchè era triste, era come essere soffocati in una stanza stretta, in un edificio senza aperture e senza prospettive.
Eppure gli uomini là dentro, quelli che hanno parlato, intendo, non avevano stanchezza d'esistere.
Non erano lumache che si trascinavano sbavando. Non erano mostri che esercitano fascino come bestie da circo.
Erano uomini che vivevano.
Noi abbiamo il privilegio di guardare alla vita passata e pensare a tutte le persone che si sono succedute intorno a noi; ci ricordiamo dei nostri anni e le immagini sono parole sciolte senza virgole in mezzo. Tutti si avvicendano intorno a noi e costruiscono il nostro mondo di ricordi. Gli amori che sono stati e che poi sono finiti, le cazzate che abbiamo fatto, le stupidaggini, i bambini viziati che eravamo, gli stupidi che siamo stati e che crediamo di non essere più. Gli amici che ci hanno delusi, che ci hanno abbandonati o che semplicemente si sono lontanati. Ci svegliamo un giorno e ci accorgiamo che molte cose sono passate senza un dolore, senza una lacrima.
Non ci sono ricordi che danzano così liberamente quando si passa la vita in catene.
E non sono catene metaforiche: sono le catene di chi in carcere ci vive, e non esistono catene più vere.
E io provavo una grande ammirazione. Le belle parole e l'italiano corretto non servono a chi possiede un grande cuore da esibire con tutto l'orgoglio che merita. Noi non conosciamo quello che ti succede nell'animo dopo che hai ucciso un uomo, dopo che l'hai separato dalla sua famiglia; che cosa incredibilmente enorme, uccidere. Spezzi le prospettive, forzi al riposo eterno, a un sonno senza risveglio. Commetti la suprema delle ingiustizie, sei parte di quel male che tutti sono pronti a condannare a occhi chiusi. Io stessa lo faccio. Io stessa mi pregio di poter elargire condanne inesorabili.
Ma poi vedi cosa succede.
Ci sono degli idioti che non pagano mai nessun prezzo, perchè sono troppo idioti per rendersi conto di quanto sbagliano.
Dall'altra parte ci sono criminali che non vengono mai puniti, che non vengono mai presi.
Poi ci sono quelli che si salvano sempre, in ogni caso. Poi ci sono quelli che si inventano vie traverse per salvarsi da processi che meritavano, perchè hanno il potere di fuggire da qualsiasi prezzo e di far la cresta su qualsiasi conto della spesa.
Da un'altra parte ancora ci sono quelli che si dichiarano pronti a uccidere un uomo se esso entra in casa come ladro, che lodano l'istinto di difendere con l'ingiustizia i propri cari contro le ingiustizie, che si pregiano del sentimento di una vendetta da film statunitense.
C'è qualcosa che accumuna tutti i reati, dal più al meno grave, e non è solo il codice penale.
Qualcosa che sta nella mente, nella nostra coscienza di cittadini; a livello internazionale, si intende.
E poi da un'altra parte ancora, lontano da questi e da altri esempi, lontano perchè non c'è un ponte, perchè non c'è un collegamento, perchè siamo lontani senza incontrarci mai, perchè siamo noi che non vogliamo incontrarli... da questa parte, ci sono uomini che passano la loro vita in carcere, o gran parte della loro vita.
Io ho visto che oggi un ponte si è cercato di crearlo. Era tutto troppo zuccheroso? Forse. Era tutto troppo toccante per essere vero? Forse. La maggior parte delle persone nel progetto non ci credono che superficialmente? Forse. Buonismo? A palate.
Ma io ho visto gente che lotta, sia pure senza esporsi troppo, perchè a questi individui venga concessa l'istruzione, e nessuno meglio di loro potrebbe capire veramente che l'istruzione è uno dei diritti più belli e meravigliosi, un grandissimo e forse il primo strumento della libertà, una libertà che hai nel cuore prima ancora che ai polsi.
Gente che lotta perchè a costoro sia concesso di lavorare (e sono ancora meno quelli che capiscono dell'importanza del lavoro), sia concesso di essere umani, come sono nati per essere. Con i loro progetti, fra un'ora d'aria e l'altra.
Gente che cercava di mettere ai polli delle ali per volare, gente che cercava di far nascere le rose dai cavoli?
No, questo no. Quali che fossero le intenzioni di fondo, la luce che mettono loro negli occhi sarà folle ma non è effimera.
Quelle stanze sbarrate non smetterano di esser gialle e quella che mangiano non smetterà di esser sbobba. Il valore eccezionale che in cella può avere il più scadente dei libri, i sensi tutti tesi, più del normale, a scoprire i segreti dietro parole poco raffinate, non bastano a consolare dalla consapevolezza che se si possiede questa sensibilità è solo perchè si è stati costretti a svilupparla per salvarsi da una condizione disumanizzante.
Erano lì dentro le vere fenici. In gabbia e private della libertà di fare un sacco di cose noi facciamo senza neanche sentirci felici. C'erano là dentro fenici che scontavano la loro combustione ed erano pronte a rinascere. Anche quelli che vedranno il loro sogno tradito perchè non usciranno alla luce mai più.
Un altro motivo per cui ho compiuto i miei modesti sforzi per restare sveglia, oltre che ascoltare. Non mi sentivo in diritto di soffrire di claustrofobia, e mostrare a tutti che poverina, ero un tipo sensibile, poverina, poverina. Io, che vivo all'aperto, fuori di là. E non sono poverina.
Un altro motivo per cui questo post non è friends-only come da copione.
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