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28 October 2008 @ 06:53 pm
Q. Horati Flacci summer (?) compilation  
Post non privato dimodochè tutti i vari bisognosi che passano di qui trovino senza bisogno di farsi friendare (tanto non lo farei, ahahahahahahahahaahahahhaah emh) le satire di Orazio. Con bisognosi dubito di potermi riferire ad altri che ai miei compagni di classe, ma comunque suvvia, raduniamo qui queste simpatiche traduzioni fatte dalla Frati (e di conseguenza prestigiose). Se qualcuno nota errori me lo dica, perchè la cosa è intollerabile. Ah, e la satira cinque è completa anche di pezzo in latino e tradotto dei versi censurati nella nostra edizione (rendiamoci conto, quante storie per uno che sbrodola).

Orazio.

Libro 1 - Satira 1

Com’è, Mecenate, che nessuno, della sorte che o sceglie per sè razionalmente o che il caso gli getti davanti, nessuno vive contento, e loda chi segue strade diverse?
“Fortunati i mercanti”, esclama il soldato oppresso dal peso degli anni, e con le membra già rotte da tanta fatica.
Per contro il mercante, sulla nave in balia degli austri, dice, “Meglio la vita militare; che vuoi? Si va all’assalto; e un’ora appena, giunge o la morte o una felice vittoria.”
Loda la sorte del contadino l’esperto di diritto e legge, quando al canto del gallo il cliente gli bussa alla porta; quell’altro invece tratto dalla campagna in città per aver dato la garanzia di testimoniare, proclama che sono felici sono quelli che vivono in città. Esempi simili, tanto sono numerosi, finirebbero per rendere muto anche un chiacchierone come Fabio.
Per farla breve, ascolta dove voglio andare a parare: se un dio dicesse: “Eccomi qui disposto a fare quello che volete: tu che eri soldato sarai mercante, e tu notaio diventerai contadino. Uno di quà, uno di là, scambiatevi le parti. Via! Che fate impalati?”, essi rifiuterebbero. Eppure era possibile che fossero felici. Per questo motivo, non ha forse ragione Giove a sbuffare irritato con loro e a stabilire che da ora in poi non sarà più tanto arrendevole da porgere orecchio a preghiere?
Per non continuare con gli scherzi, come una farsa - per quanto, cosa vieta di dire la verità scherzando? come i maestri a volte con blandizie danno delle chicche ai bambini, perché vogliano imparare rapidamente gli elementi dell’alfabeto; ma bando alle burle, pensiamo a cose serie - quello che sotto il peso del duro aratro rivolta rivolta la terra, quest’oste imbroglione, questi soldati e marinai, che corrono audacemente per ogni mare, dicono di sobbarcarsi di tante fatiche con l’idea , in vecchiaia, di andare a ritirarsi in completo riposo, una volta che abbiano sufficienti provviste: e così la formica, che è esempio proverbiale, piccola ma di grande fatica, con la bocca trascina tutto quel che può e l’aggiunge al mucchio che innalza, per niente ignara nè poco previdente per il futuro.
Ma mentre lei, al volgere dell’anno che l’Aquario intristisce (l’anno che ritorna, Sole in Aquario = gennaio), non se ne esce più e si serve di ciò che in precedenza, saggia, ha accumulato, per te non c’è torrida estate che ti possa distogliere dal guadagno, nè inverno, fuoco, mare o ferro, niente ti ostacola, perché nessuno mai sia più ricco di te.
A cosa ti giova porre sotto terra, di nascosto, un’immensa caterva di oro e d’argento?
“Ma se tu la intacchi si ridurrà ad un soldo bucato”. E se ciò non avviene, che ha di bello il mucchio raccolto? Quanto la tua aia avrà trebbiato centomila aree di frumento, non per questo il tuo ventre sarà più capace del mio, così, se toccasse a te portare il cestino del pane fra gli schiavi del mercato, non riceveresti nulla di più di chi non ha portato niente.
Allora dimmi, che differenza fa per chi vive entro i limiti della natura, arare cento iugeri o ararne mille? “Mi fa piacere prendere da un mucchio grande”. Lasciamo attingere altrettanto da uno piccolo, perché dovresti lodare più i tuoi granai di queste ceste? Come se tu avessi bisogno di non più di un bicchiere d’acqua o di una brocca e dicessi: “Preferisco attingere da un grande fiume piuttosto che da questo rigagnolo”. Ma accade, a quelli a cui fa gola una quantità maggiore al giusto, che l’Ofanto impetuoso se lo porti via insieme con la riva.
Chi invece si accontenta di quel tanto di cui ha bisogno, non attinge acqua torbida di fango nè perde la vita fra le onde. Eppure buona parte della gente, accecata da false brame, dice: “Niente è mai abbastanza, perché vali tanto quanto possiedi.” Che vuoi fargli? Lascialo nella sua misera, visto che ci sta volentieri: come quel tale che, si racconta ad Atene, taccagno e ricco, era solito allontanare così le critiche della popolazione: “Il popolo mi fischia, ma io quando sono in casa mi applaudo da solo, quando contemplo tutti quei denari nel forziere”.
L’assetato Tantalo cerca di bere l’acqua che gli fugge dalle labbra. Perché ridi? Cambiato è il suo nome, ma il caso è quello tuo: sogni a bocca aperta disteso sui sacchi intorno e ti costringi a non toccarli come fossero sacri e a goderne come fossero delle tavole dipinte. Non sai qual è il valore del denaro che uso puoi farne? Compraci pane, verdura, mezzo litro di vino e aggiungici anche quello che la natura umana soffre se viene a mancare. Oppure vigilare mezzo morto di paura, temere notte e giorno il flagello dei ladri, degli incendi, o dei servi che ti derubino e fuggano, è questo che ti piace? Sempre di beni come questi io preferirei essere poverissimo.
Ma se preso dai brividi il corpo ti duole o qualche altro caso ti costringe a letto, ce l’hai chi ti assiste, che ti prepara medicine, chi chiama il medico, affinchè ti rimetta in piedi e ti restituisca ai figli e all’affetto dei parenti e dei vicini? Non ti vuole guarito la moglie, non il figlio; tutti i vicini ti odiano, i conoscenti, ragazzi e ragazze. E ti meravigli, tu che poni l’argento davanti a ogni cosa, se nessuno ti accorda quell’amore che non meriti? O forse, se volessi tenerti i parenti, che per sorte la natura ti ha dato per nulla, e mantenerteli amici, crederesti di perdere tempo inutilmente, come chi volesse addestrare un asinello a correre nel Campo (Marzio) ubbidendo alle redini?
Dunque smettila con questa brama, più ne hai e meno devi temere la miseria, e comincia a porre fine alla fatica, ottenuto ciò che agognavi, se non vuoi fare come quel tale Umiddio; la storia non è lunga: ricco (al punto da misurare i soldi) a palate, così gretto da non vestirsi meglio di un servo, fino all’ultimo dovette temere di morire di fame; ma ecco che una liberta, come la più forte delle Tindaridi, lo spaccò in due con una scure.
“Che mi consigli allora? Di vivere come Nevio o come Nomentano?” Ti ostini ad appaiare di fronte cose che fanno a pugni: quando ti sconsiglio di essere avaro, non ti dico di essere scioperato e scialacquatore. C’è una via di mezzo fra Tanai e il suocero di Visellio: c’è una misura per tutte le cose, ci sono insomma confini precisi, al di là dei quali non esiste il giusto.
Torna all’inizio, come mai nessuno, come l’avaro, è contento di sè ma invece loda chi segue strade diverse, e se la capretta di un altro ha le mammelle più distese si strugge di invidia, e non si paragona alla massa più povera, ma si affanna a superare ora questo, ora quello? Così a quello che si affanna sempre sta davanti qualcuno più ricco, come l’auriga, che, quando oltre le sbarre i cavalli si lanciano scalpitanti con il cocchio, incalza i cavalli che lo superano, sprezzando chi si è lasciato indietro e scivola in coda. Ecco perché è raro che si reperisca uno che dica di essere vissuto felice e pago del tempo trascorso esca dalla vita come un commensale sazio. Ma ora basta. perché tu non ritenga che io abbia saccheggiato gli scrigni dei cisposo Crispino, non aggiungerò una parola di più.


Orazio
Libro 1 - Satira 4

Eupoli, Cratino e Artistofane, questi poeti e altri che sono autori della commedia antica, se uno meritava di essere messo alla gogna, perché malvagio e ladro, perché fu adultero oppure assassino o in qualche altro modo malfamato, con molta facilità lo bollavano.
Da tutti questi deriva Lucilio, che li segue mutando solo metro e ritmo, arguto, di naso fino ma aspro nello strutturare i versi. Infatti in questo aveva difetto: in un’ora spesso dettava, come se fosse gran cosa, duecento versi stando su un piede solo. Poichè scorreva limaccioso, c’era ciò che avresti voluto togliere; loquace sì, ma sfaticato nell’impegno di scrivere, di scrivere bene intendo: infatti non mi curo della quantità.
Ecco che Crispino mi sfida cento a uno: “Prendi le tavolette, se vuoi; diamoci un luogo, un’ora e dei testimoni; vediamo chi fra noi può scrivere più versi.” Fecero buona cosa gli dei a darmi animo modesto e timido, di concise e poche parole; e tu l’aria rinchiusa nei mantici di pelle soffianti, finchè il ferro non sia fuso dal fuoco, imitala finchè vuoi.
Felice Fannio che di sua iniziativa divulga libri e ritratto; dal momento che i miei scritti non li legge nessuno, e non oso recitarli in pubblico per questo motivo, cioè che c’è chi non gradisce il mio genere, visto che molti sono degni di biasimo. Scegline uno qualsiasi tra la folla, che tribola o per avarizia o per (altra) misera ambizione. Uno impazzisce d’amore per le spose, uno per i fanciulli, uno è sedotto dallo splendore dell’argento, Albio si bea davanti al bronzo, quello baratta merci O in ogni luogo, da dove sorge il sole a dove nella sera esso si intiepidisce, O da mattina a sera, da quando il sole sorge a quanto nella sera si intiepidisce; e inoltre si lancia precipite fra i pericoli, come polvere raccolta da un turbine, temendo di perdere il capitale o cercando di aumentarlo. Tutti questi temono i versi e odiano i poeti.
“Ha il fieno fra le corna, fuggi lontano da lui: pur di poter ottenere una risata costui non risparmia nemmeno sè stesso e nemmeno l’amico, e inoltre una volta scarabocchiati i suoi fogli vorrà che tutti li conoscano, quelli che tornano dal forno e quelli che tornano dalla fontana e fanciulli e vecchiette.” Via, ascolta due parole contro a ciò.
Per prima cosa io vorrei togliermi dal numero di quelli a cui darei il nome di poeti: non dirmi che è sufficiente chiudere un verso il ritmi, nè come me scrivere ai limiti della conversazione per essere poeti. Solo a chi ha genio, mente divina e grande espressione, puoi concedere l’onore di questo nome. Così alcuni si sono chiesti se la commedia sia o non sia componimento poetico, perché nelle parole e nei contenuti manca di spirito arguto e forza, e se non fosse per la regolarità del metro che la contraddistingue, sarebbe mera prosa. “Ma c’è anche il padre acceso d’ira che matteggia se un figlio scioperato, persa la testa per un’amante sgualdrina rifiuta la moglie ricca di dote e, ubriaco da fare grande vergogna se ne va con le fiaccole prima di notte.” Credi che Pomponio udirebbe cose più leggere se suo padre fosse ancora vivo? Dunque non è abbastanza costruire un verso con parole comuni, che se le sciogli, chiunque sarebbe capace di dar di stomaco come quel padre che recita. 
Se ai versi, che io scrivo adesso, e che un tempo scrisse Lucilio, togliessi il ritmo e la regola dei modi, e sconvolgessi l’ordine delle parole mettendo dopo ciò che è prima e mettendo le ultime davanti alle prime, come se tu sciogliessi “Dopo che l’orrenda Discordia infranse gli stipiti e le porte di ferro del tempio della Guerra”, non troveresti che brandelli delle membra del poeta.
Questo basta: un’altra volta vedremo se sia o no poesia. Ma adesso voglio solo discutere se ci sia ragione che ti sia sospetto quesrto genere letterario. Sulcio e Caprio vagano aspri, alquanto rauchi, con le loro carte, grande terrore di tutti i furfanti; ma se uno vive bene e con le mani pulite, se ne infischia di entrambi. E anche se tu fossi un furfante simile a Celio e Birro, non per forza io sono come Caprio e Sulcio: perché dovresti avere timore di me? Nessuna bottega o vetrina ha i miei libretti, su cui si posi sudata la mano del popolo o di Ermogene Tigellio, nè io li recito ad alcunchì a parte gli amici e quando sono costretto, mai dovunque e davanti a chicchessia. Vi solo tanti invece che li recitano in mezzo al Foro e perfino ai bagni: soave in luogo chiuso risuona la voce. Agli sciocchi questo è gradito, non certo a chi si chiede se c’è un senso nel farlo o se sia fuor di tempo. 
“Tu godi a offendere,” dice, “E lo fai di proposito per cattiveria.” Da dove prendi l’accusa che mi scagli? Nè è autore forse uno di quelli con cui vivo da sempre? Chi sparla dell’amico che non c’è, chi non lo difende qualcuno un altro lo accusa, chi cerca le risa sguaiate della gente per avere attenzioni, chi sa inventare cose inesistenti (di cui non si abbia prova visiva, falsità), chi non è capace di mantenere un segreto: questa è l’anima nera da cui tu, Romano, ti devi guardare.
Spesso nei triclini vedi che cenano quattro per letto, e tra questi ce n’è uno che si diverte a spargere maldicenze su chiunque fuorchè su quello che offre da bere, ma poi anche su questo, quando brillo la franchezza del vino rivela i segreti che ha in cuore. A te questo sembra gioviale e arguto e franco, che disprezzi i maligni; ed io, se rido perché quell’inetto di Ruffillo olezza di unguenti e Gargonio di caprone, ti sembro acido e mordace? Se davanti a te si facesse menzione dei forti di Petilllo Capitolino tu lo difenderesti com’è tua abitudine: “Con Capitolino vivo insieme e sono amico da quando sono fanciullo, e per amor mio mi fece molti favori quando glieli chiesi, e sono lieto che se la passi incolume e lieto in città; tuttavia mi stupisco, come avrà fatto a fuggire a quel processo.”
Questo è nero di seppia, questa è vera perfidia. Un difetto che starà lontano dai miei scritti e prima ancora dal mio animo, lo prometto, se da parte mia si può promettere con sincerità qualcosa. Se dissi qualcosa un po’ troppo liberamente, o forse troppo scherzosamente, con indulgenza mi concederai questo diritto: me lo inculcò quel buon uomo di mio padre a fuggire i difetti facendomeli notare con esempi. Quando mi esortava a vivere parcamente, con frugalità e contento di quel che lui stesso mi aveva procurato: “Non vedi, come vive male Albio e come Baio sia in miseria? La grande lezione per chi voglia disperdere il patrimonio del padre.” O se voleva dissuadermi dall’amore turpe per una sgualdrina: “Non fare come Scetano”. E perché non seguissi le donne sposate, quando potevo godermi amori liberi, diceva: “Colto in fragrante non si è fatto una bella fama Trebonio. Un filosofo ti spiegherà perché questo va evitato e quell’altro cercato; per me è abbastanza, se posso conservare i costumi tramandati dagli avi e, finchè hai bisogno di una guida, mantenere intatta la tua vita e la tua fama; appena gli anni ti avranno indurito  nel fico e nell’anima, ti terrai a galla senza aiuto.” Così con queste parole formava la mia giovinezza, e se voleva che facessi qualcosa, “Ecco il modello perché tu faccia questa cosa” e mi citava uno dei selezionati uomini onesti. Se poi me la vietava: “Dubiti ancora che sia azione disonesta e deleteria, quando questo e quello ardono di cattiva fama?”
Se il funerale di un vicino sconvolge gli ammalati viziosi e per paura della morte li costringe a regolarsi, così la vergogna degli altri spesso distoglie dal vizio le menti ancora tenere (da plasmare).
Grazie a questo esente da tutti quei difetti che portano al pericolo, sono affetto solo da quelli comuni e che si possono scusare. Forse anche da questi potranno in larga parte liberarmi gli anni lunghi, un amico sincero, o il mio proprio buon senso: infatti neanche a letto o sotto i portici vengono meno a me stesso: “Questo è più giusto; facendo così vivrei meglio; così mi renderei gradito agli amici. L’azione di quel tale non è bella: un giorno potrei fare similmente senza rifletterci?”. Questi i discorsi che a bocca chiusa faccio a me stesso. Se ho del tempo libero, li butto sulla carta. Ecco di quelle debolezze uno dei miei vizi: se tu non me la vuoi concedere, una gran schiera di poeti verrà in mio aiuto: infatti siamo decisamente la maggioranza, e come i Giudei ti costringeremo a passare tra le nostre file.

 


Orazio
Libro 1 Satira 9

Me ne andavo per la via Sacra come è mia abitudine, meditando non so su quali sciocchezze, del tutto immerso in esse. Giunge un tale che conosco solo di nome, e afferratami la mano mi dice: “Come va, carissimo (il mio più caro fra tutte le cose al mondo)?”. “Benissimo, almeno per ora,” gli rispondo, “E ti auguro ciò che vuoi.”
Dal momento che mi seguiva, azzardo: “Ti serve qualcosa?”. E lui, “Dovresti conoscermi,” dice, “Siamo letterati.”
E allora io, “Se è così mi sarai più caro.”
Disperatamente cercavo di svignarmela, ora accelerando, ora fermandomi, sussurrando non so cosa all’orecchio del mio schiavo, mentre grondavo sudore dalla testa ai piedi.
“Beato te Bolano, che hai la testa calda,” ripetevo fra me e me, mentre l’altro parlava del tutto a ruota libera, lodando le vie e la città. Visto che non gli rispondevo nulla, mi fa: “Tu desideri disperatamente andartene; lo vedo da un pezzo. Ma niente da fare, non ti mollo, ti seguirò dovunque: dove mai sei diretto?”
“Non è il caso che tu faccia un simile giro; devo vedere uno che tu non conosci. E’ a letto (malato) lontano, oltre il Tevere, vicino ai giardini di Cesare.”
“Non ho niente da fare e non sono pigro: ti accompagnerò fin laggiù.”
Abbasso le orecchie, come un asinello dal comportamento recalcitrante, allorchè si trova sulla gruppa un carico troppo pesante. E quello attacca: “Se mi conosco bene, non hai cari Visco e Vario più di me; infatti chi può scrivere più versi in meno tempo? Chi sa muovere le membra più soavemente? E me lo invidia Ermogene il modo in cui canto.”
Era il caso di interromperlo: “Non hai una madre, dei congiunti, che abbiano cara la tua salute?”
“Non ne ho più alcuni; li ho seppelliti tutti.”
“Buon per loro! Ora però rimango io. Finiscimi: infatti su di me sta un triste destino, quello che da ragazzo una vecchia sabina mi profetizzò scossa l’urna della divinazione: costui non lo stroncherà veleno mortale nè spada nemica nè pleurite nè tosse nè tarda podagra. Lo consumerà un giorno o l’altro un chiacchierone: se avrà giudizio eviti dunque le lingue indiscrete appena comincerà a dolergli l’età.”
Si era giunti al tempio di Vesta, ormai alla quarta ora del giorno, e per fortuna quello doveva rispondere alla garanzia data (di presentarsi in tribunale); che se non l’avesse fatto avrebbe perso la causa.
“Se mi hai caro,” disse, “Assistimi per un pochino.” “Mi prenda un colpo, se ho la forza di stare dritto e se m’intendo di diritto. E poi devo andare dove sai.” “Sono un dubbio su cosa fare,” disse, “Se lasciare te o la causa.” “Me, non ti pare?” “Non sia mai,” fece quello e cominciò a precedermi; io, visto che è difficile competere con uno che sa di vincerti, lo seguo. “Con Mecenate come va?” riprende.
“E’ un uomo di poca compagnia ma di mente ben fina.”
“Nessuno meglio di lui ha saputo far uso della fortuna. Avresti un grande aiutante, che potrebbe farti da spalla, se tu volessi presentargli quest’uomo: mi venga un colpo, se non avresti soppiantato tutti.”
“Guarda che là non si vive come tu credi; non vi è casa più pura e più estranea a questi intrighi di quella; non mi da certo noia che qualcuno sia più ricco o dotto di me; ognuno ha il proprio posto,” dissi.
“Dici cosa straordinaria, a mala pena credibile.”
“Ma è così.”
“Tu mi infiammi, perché desidererei ora sommamente essergli vicino.”
“E’ sufficiente che tu lo voglia: virtuoso come sei, lo conquisterai. E’ uno che si può vincere e per questo rende difficile il primo approccio.”
“Allora non mi risparmierò: corromperò i servi con le mance; e se oggi sarò cacciato (escluso) non mi arrenderò; cercherò le occasioni giuste, lo aspetterò ai trivi, lo accompagnerò. Infatti la vita non ha dato niente ai mortali senza grande fatica.”
Mentre quello parla, ecco giungere Aristio Fusco, mio buon amico e che pareva conoscere bene quel tale. Ci fermiamo. “Da dove vieni e dove vai?” chiede e risponde (perché Orazio gli aveva fatto la stessa domanda). Comincio a tirarlo e prendergli con la mano le braccia che non reagivano, pregandolo, con occhi che facevano cenni, di cavarmi via (dai pasticci). Ma lo sciagurato ridendo faceva finta di niente; la bile mi bruciava il fegato.
“Se non sbaglio volevi parlare con me di qualcosa in privato.”
“Me lo ricordo bene, ma te la dirò in un momento migliore. Oggi è il novilunio ed è sabato: non vorrai fare oltraggio ai giudei circoncisi?”
“Non ho alcuna di queste superstizioni,” gli dico.
“Ma io sì: di queste debolezze sono vittima, uno fra tanti. Abbi pazienza: te lo dirò un’altra volta.”
Un sole tanto oscuro (una giornata nera) doveva levarsi per me! Se ne scappa il furfante e mi lascia come vittima sacrificale (sub cultro). Fortunatamente, incontro a quel tipo viene il suo avversario e urla a gran voce: “Dove scappi, canaglia?”.
Io ovviamente gli porgo orecchio. Lo trascina in giudizio: urla dalle due parti, gente che accorre da ogni dove. E fu così che mi salvò Apollo.
 


Orazio
Libro 2, Satira 6

Questo era nelle mie preghiere: un pezzo di terra non tanto grande, dove vi fossero un orto e vicino alla casa una fonte d’acqua perenne e un po’ di boschetto a sovrastarla. Di più e di meglio fecero gli dei. Bene. Non ti chiedo altro, figlio di Maia, se non che questi doni tu li faccia miei per sempre. Se non ho mai accresciuto il patrimonio con atti disonesti nè lo diminuirò per incuria o depravazione; se non sono così sciocco da pregare: “O se potessi aere quell’angolo confinante che ora mi rende irregolare il (confine del) campicello! O se la sorte potesse mostrarmi un’urna di monete d’argento, come accadde a quel bracciante che trovato un tesoro arò da padrone il campo dove lavorava, col favore di Ercole!”; se quello che ho mi piace e mi appaga, questa è la preghiera che ti faccio: “Rendi al padrone pingue il terreno e gli altri beni tranne l’ingegno, e com’è consuetudine veglia su di me, tu che più di tutti mi proteggi.”
Ed ora che dalla città mi sono ritirato in questo rifugio sulle montagne, che ne sarà della Musa prosaica un tempo illustre delle mie satire? Qui non mi traviano malsane ambizioni nè il soffocante Austro (scirocco) e l’autunno grave, che di Libitina anzitempo è la fortuna. Dio del mattino, o Giano se così preferisci essere chiamato, tu che disponi gli uomini ai travagli della loro vita operosa, come piace agli dei, dai inizio al mio canto. A Roma pretendi che io dia garanzie: “Sbrigati, che uno più zelante non risponda prima all’appello.” E sia che l’Aquilo spazzi la terra o che l’inverno tra le neve accorci l’arco del giorno, bisogna andare. Poi, dopo aver detto in modo chiaro e preciso cosa potrebbe rovinarmi mi tocca lottare in mezzo alla folla e insultare chi è troppo lento. “Che vai cercando, matto, e che ti prende?” mi aggredisce uno screanzato con imprecazioni inviperite: “Travolgeresti ogni cosa che ti sta davanti, quando corri da Mecenate con quel pensiero in testa.” Vederlo mi piace ed è miele per me, non lo nascondo. Ma appena si arriva al tetro Esquilino, cento faccende altrui mi assalgono da ogni lato la testa. “Roscio voleva che tu lo assistessi prima della seconda ora al pozzo (?)”; “Gli scribi ti pregherebbero, Quinto, di non dimenticare che oggi li devi rivedere per una questione importante e nuova di interesse comune.”; “Vedi che Mecenate imprima il suo sigillo su queste carte”. Se anche gli dici: “Ci proverò.”: “Se vuoi, ce la fai”, replica e ti pressa. 
Ormai sono passati sette, quasi otto anni da quando Mecenate cominciò a considerarmi nel umero degli amici suoi, non per altro che per avere se ne avesse voglia qualcuno da condurre in carrozza nelle sue passeggiate, qualcuno a cui rivolgersi con sciocchezze di questo tipo: “Che ora è?; Può il tracio Gallina competere con Siro?; I freddi del mattino ormai sono pungenti per chi non si riguarda.” ed altre, che si possono bene affidare a orecchie che non trattengono nulla. Per tutto questo tempo, di giorno in gioro e di ora in ora il nostro amico è stato oggetto di invidia. Assisteva con lui ai giochi, con lui giocava in Campo Marzio? “Baciato dalla fortuna”, facevano allora tutti. Gelida allora dai rostri si diffonde ad ogni angolo una voce: chiunque si incontra, mi consulta: “O buon amico, tu devi saperlo, visto che vivi sempre a fianco degli dèi, hai notizie dei Daci?”.
“No, io nulla.”
“Sei sempre il solito burlone!”,
“Non mi dicano page gli dei, se so qualcosa.”
“Che dici? Le terre promesse ai veterani, Cesare gliele darà in Sicilia o in Italia?”.
E se giuro di non sapere niente, mi guardano con stupore come esempio eccezionale di grande e profonda segretezza. E si perde fra sciocchezze del genere la giornata, non senza le mie lamentele: o campagna, quando ti rivedrò, e quando mi sarà dato di di condurre, ora sui libri antichi, ora nel sonno e nelle ore di riposo, l’oblio dalle sollecitudini della vita? Quando potrò sedermi davanti ad un piatto di fave, quelle che Pitagora ritenne parenti, con insieme una quantità di verdure condite con grasso di lardo? Notti e cene divine, nelle quali si mangia insieme con gli amici davanti al proprio focolare e con gli scarsi avanzi della tavola si nutrono gli schiavi procaci. Secondo il piacere di ciascuno, i convitati sciolti da qualunque vincolo irragionevole, vuotano calici di diversa misura, sia che uno, bevitore forte, scelga bicchieri di vino robusto, poco annacquato, sia che preferisca inumidirsi la gola con vino più leggero. E così nasce la conversazione, non sulle ville o i palazzi degli altri, non su Lepore, se danzi bene o no; ma discutiamo ciò che di più ci riguarda e che non è giusto ignorare, se siano le ricchezze o la virtù a rendere felici gli uomini, che cosa ci induca all’amicizia fra interesse e dovere, e quale sia la natura del bene e quale la sua somma perfezione. E fra un discorso e l’altro Cervio, un mio vicino, racconta a proposito le favole della nonna.. Se per esempio uno di noi esalta le ricchezze di Arellio, ignorando i guai che comportano, comincia così:

C’era una volta un topo di campagna che fra le povere mura della sua tana ebbe ospite un topo di città, come per vecchi vincoli si accoglie in ospite un amico; (quello di campagna è) ruvido e attaccato ai suoi risparmi, ma tale pure da volgere il suo animo ristretto all’ospitalità. In poche parole: non gli fece mancare i ceci che aveva messi da parte né i lunghi chicchi dell’avena, e, portandoli alla bocca, gli offrì acini e pezzetti di lardo rosicchiati, desiderando vincere con la varietà della cena la riluttanza dell’amico che a mala pena toccava con un singolo dente, con fare superbo, (le vivande); mentre il padrone di casa sdraiato sulla paglia della stagione mangiava farro e loglio, lasciando all’altro i bocconi migliori.
Alla fine il cittadini gli disse: “A cosa ti giova, amico mio, vivere di stenti sulle pendici di questo bosco scosceso? Non ti pare che alle foreste siano da preferire gli uomini e le città? Dammi retta, mettiti in cammino con me, visto che le creature terrestri anima mortale ebbero in sorte, e che piccoli o grandi non c’è alcuna fuga (alla morte): perciò, mio caro, finchè ti è concesso, vivi felice nelle gioie della vita, e ricorda quanto sia breve questo tempo.”
Scosso da questi discorsi il topo di campagna scatta lesto via dalla tana; ed eccoli correre entrambi sul loro percorso, ansiosi di insinuarsi nottetempo tra le mura della città.
E già la notte si trovava a metà del suo percorso nel cielo, quando i due pongono piede in un palazzo fastoso, dove sui divani d’avorio splendeva un drappo tinto di rosso scarlatto e dove molte vivande avanzate da una cena opulenta stavano risposte in un canto in cestini ricolmi. Sistemato che ebbe il topo di campagna disteso su un drappo di porpora, l’ospite si diede a correre come fosse stato un cameriere e serve portate una dopo l’altra, e assolve al servizio come un domestico, assaggiando per primo tutto ciò che porta. Quello sdraiato si gode la mutata sorte e fra tante leccornie fa la parte del convitato soddisfatto, quando ad un tratto un grande fracasso di porte li fa scattare giù dal letto. Ed eccoli correre impauriti per tutta la sala, e trepidare decisamente senza fiato, appena nell’immenso palazzo risuonano i (latrati dei) cani molossi. E allora il campagnolo dice: “Non so dice che farmene di questa vita” e (continua), “stammi bene: il bosco e la tana sicura da insidie mi compenseranno delle mie povere lenticchie.”


Orazio
Libro 1, Satira 5

Mi accolse ad Aricia una modesta locanda una volta uscito da Roma, con il retore Eliodoro come compagno, di gran lunga il più dotto dei greci; e di lì a Foro d’Appio, brulicante di barcaioli e osti maligni. Noi sfaticati dividemmo in due questa tappa, che per altri più svelti è una sola; è meno faticosa l’Appia per chi la prende comoda. Qui a causa dell’acqua, che era malsana, do battaglia alla pancia (sto a digiuno), e attendo di cattivo umore gli altri compagni che cenano.
Già la notte si preparava a stendere ombre sulla terra e spargere il cielo di stelle; quando ecco lanciare improperi i servi ai barcaioli, i barcaioli ai servi: “Attracca qui”, “Vuoi imbarcarne trecento?” “Basta, sono abbastanza!”. Fra il riscuotere la tassa e legare la mura se ne va via un’ora buona. Zanzare malefiche e rane di palude di tormentano il sonno. Quando un barcaiolo fradicio di vino canta l’amica lontana anche un viaggiatore si mette a gareggiare cantando con lui, fin quando esausto non comincia il viaggiatore a dormire, e il barcaiolo insonnolito mandata a pascolare la mura e legata la barca ad un sasso giace supino.
Ed era ormai quasi giorno, quando ci accorgiamo che la barca non si muove, allora arriva una testa calda che con un bastone di salice da una piallata al capo elle reni di marinaio e mula: solo verso la quarta ora sbarchiamo. Con l’acqua di Feronia ci laviamo mani e faccia.
Dopo aver fatto colazione ci arrampichiamo per tre miglia e giungiamo alle pendici di Anxur, arroccata su rupi che biancheggiano lontano. Lì doveva raggiungerci il buon Mecenate e Cocceio, entrambi ambasciatori di affari imporanti, abituati ormai a pacificare amici in discordia. Stavo per la congiuntivite ungendomi gli occhi con il collirio nero; quando giungono Mecenate e Cocceio e insieme a loro Fonteio Capitone, uomo di grande cortesia e amico di Antonio quant’altri mai.
Volentieri lasciamo Fondi dov’è pretore Aufidio Lusco, ridendo delle insegne di quello scribacchino matto, (ossia) toga pretesta, laticlavio e il braciere acceso. Affaticati pernottiamo nella città di Mamurra (Formia), (dove) Murena ci offre l’alloggio, Capitone il vitto.
L’alba seguente sorge decisamente lietissima: a Sinuessa ci vengono incontro Plotio, Vario e Virgilio, anime che più candide non le fece mai la terra e che a nessun altro sono più care che a me. O che abbracci e che gioia furono! Finchè avrò senno niente paragonerò ad un caro amico. Una casetta vicino al ponte Campano ci offrì rifugio e gli ospiti, come si deve, legna e sale.
Da qui i muli depongono di buon ora a Capua i loro basti. Mecenate va a giocare, io e Virgilio a dormire: il gioco della palla è nemico di chi soffre di occhi e di stomaco. Più avanti ci accoglie Cocceio, subito sopra le osterie di Claudio.
Ora vorrei, Musa, che tu mi ricordassi brevemente la rissa di Messio Cicirro con quel buffone di Sarmento, da quale padre siano nati e come giunsero alla lite. La gloriosa genia di Messo sono gli osci; di Sarmento vive ancora la padrona: da tali antenati discsi, giunsero a contesa.
“Io dico,” inizia Sarmento, “Che tu assomigli ad un cavallo selvaggio.”
Ridiamo; e Messio a sua volta: “Lo ammetto,” e scuote la testa.
“Cosa faresti”, dice l’altro, “se non ti avessero reciso dalla fronte il corno, visto che anche mutilato minacci?” E per la verità una brutta cicatrice gli deturpava il viso sul lato sinistro fra i peli della fronte.
Dopo aver a lungo scherzato sul morbo campano e sulla sua faccia, gli chiede di mimare la danza pastorale del Ciclope: non gli sarebbero serviti maschera e coturni tragici. Su questo furono molti gli insulti di Cicirro: gli chiedeva se avesse già dato in voto ai Lari la catena; gli ricordava che pur essendo scrivano il diritto della padrona non era per nulla scemato; gli domanda perché fosse fuggito, dal momento che gli sarebbe bastata una libbra di farro, gracile e mingherlino com’era. Così in piena allegria poniamo fine a quella cena.
Di qui ci dirigiamo dritti a Benevento, dove l’oste zelante per poco non si dava fuoco girando i  magri tordi sul fuoco; infatti divampato l’incendio, la fiamma, guizzante, per la vecchia cucina, minacciava di lambire il soffitto. Avresti dovuto vedere i clienti affamati e i servi impauriti mentre cercavano tutti insieme di salvare la cena e spegnere le fiamme.
A quel punto cominciavano a mostrarsi i monti a me noti dell’Apulia, che sono bruciati dall’Atabulo e che non avremmo mai valicato, se non ci avesse ospitati un casale vicino a Trevico e non privo di fumo che faceva lacrimare gli occhi, perché il focolare bruciava foglie e sterpaglie umide.

( Hic ego mendacem stultissimus usque puellam ad mediam nocte expecto; somnus tamen anfert intentum Veneri; tum ummundo somnia visu nocturnam vestem maculant ventremque supinum.

Qui io, ingenuo com'ero, aspetto una ragazza del posto bugiarda fino a tarda notte; il sonno mi sorprende con il pensiero fisso a Venere; e allora i sogni che feci con l'immonda visione mi macchiarono il pigiama e il ventre supino. )

Partiamo poi di corsa per ventiquattro miglia, in carrozza, con l’idea di pernottare presso una cittadina, che non si può nominare nei versi, ma è facilissimo indicare: qui l’acqua che è la più vile delle cose la si vende, ma in compenso il pane è di gran lunga il più bello e il più buono, tanto che il viaggiatore accorto suole farne scorta per il seguito del viaggio (ultra). Infatti sembra fatto di pietra a Canosa, località fondata un tempo dal forte Diomede, non più ricca di un’urna d’acqua. Qui Vario mesto prende congedo dagli amici in lacrime. Giungemmo quindi a Ruvo stanchissimi per aver subito un cammino lunghissimo e reso più difficile dalla pioggia.
Il giorno dopo la tempesta migliora, ma la via peggiora, almeno fino alle mura della pescosa Bari; poi Egnazia eretta facendo ira alle ninfe ci offrì motivo di risa e di scherni, perché qui volevano farci credere che l’incenso sulla soglia del tempio si consumava senza fiamma. Può pensarlo il giudeo Apella, io no: infatti gli dèi, come ho sentito dire, passano il loro tempo indifferenti e, se qualche prodigio si verifica in natura, non sono certo gli dei irati a precipitarlo dall’alto del cielo. Brindisi pone fine al lungo viaggio e alla mia satira.

Spero che siano utili a qualcheduno è_é

 
 
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( 2 comments — Post a new comment )
youffie[info]youffie_17 on October 30th, 2008 12:23 am (UTC)
… sì, l'avevi tradotta quella dello dello spaccamaroni.

Bellissima X3
CoveredEyedWoman vol.II è_\: smile[info]coral_dana_rose on October 31st, 2008 10:17 am (UTC)
Infatti. xD
Rapida, indolore, simpatica...
La satira che tutti vorrebbero tradurre xD